La globalizzazione che funziona. Un mondo migliore è possibile

L’ultimo libro di Joseph Stiglitz (Einaudi), recensione di Mario Pianta – Dal commercio alla proprietà intellettuale alla ripresa del multilateralismo: una serie di analisi e di proposte per superare lo sviluppo economico che produce povertà. Premio Nobel per l’economia, già capo dei consiglieri economici di Bill Clinton e vicepresidente della Banca mondiale, Stiglitz utilizza in questo libro importante tutta la sua capacità analitica e la sua esperienza politica…

Le curiose metamorfosi subite dal titolo dell’ultimo libro di Joseph Stiglitz hanno trasformato l’originale inglese Far funzionare la globalizzazione, di sapore prescrittivo, prima nella versione francese che ne radicalizza le promesse virandolo in Un altro mondo è possibile, poi nell’appiattimento della versione italiana titolata La globalizzazione che funziona. Un mondo migliore è possibile (Einaudi, pp. 336, euro 16,50). Non è un caso, perché i confusi messaggi stampati in copertina allo scopo di replicare il successo di vendite a cui Stiglitz ci ha abituato riflettono la doppia anima di questo suo ultimo lavoro: se da un lato, infatti, esprime una completa fiducia nelle possibilità di progresso offerte dal capitalismo globalizzato, dall’altro contiene una critica radicale dei modi in cui la globalizzazione degli ultimi vent’anni è stata realizzata.

Premio Nobel per l’economia, già capo dei consiglieri economici di Bill Clinton e vicepresidente della Banca mondiale, Stiglitz utilizza in questo libro importante tutta la sua capacità analitica e la sua esperienza politica per articolare un’agenda di cambiamento che sia in grado di fare funzionare la globalizzazione non soltanto per i ricchi dei paesi ricchi. Lo fa mettendo in fila diversi problemi – lo sviluppo, il commercio, le risorse, l’ambiente, le multinazionali, il debito, le riserve valutarie e la democrazia – e riassumendo dati e tendenze, mentre propone nuove politiche. La critica del modello di globalizzazione neoliberista è senza appello. «I mercati, da soli, non portano all’efficienza».

E, ancora: «L’apertura dei mercati – con l’abbattimento delle barriere commerciali e la libera circolazione dei flussi di capitali – non può da sola ‘risolvere’ il problema della povertà. Anzi, potrebbe addirittura aggravarlo». «Le istituzioni internazionali (Fmi, Bm, Omc) a cui è stato affidato il compito di scrivere le regole del gioco e di gestire l’economia globale riflettono gli interessi dei paesi industriali avanzati o, più precisamente, alcuni interessi particolari all’interno di quei paesi». Le alternative che Stiglitz propone restituiscono un ruolo centrale alle politiche degli stati e richiedono nuove regole e istituzioni internazionali democratiche. Alcune idee sono riprese dal rapporto A fair globalisation promosso dall’Organizzazione internazionale del lavoro e curato da una commissione di cui Stiglitz è stato un membro influente. Generico sui problemi dello sviluppo e delle imprese multinazionali (i diritti del lavoro sono trascurati), il tema del commercio internazionale registra una documentata critica del percorso che ha portato alla creazione dell’Omc e delle strategie negoziali di Usa ed Europa: «i trattati commerciali del passato non sono stati né liberi né equi. Decisamente asimmetrici, hanno aperto i mercati dei paesi in via di sviluppo alle merci dei paesi industriali avanzati senza garantire la necessaria reciprocità». Riconoscendo il fallimento del Doha round e il fatto che «l’era della liberalizzazione multilaterale del commercio sembra prossima alla fine», Stiglitz propone che i paesi ricchi aprano i loro mercati ai prodotti dei paesi più poveri sulla base di un principio di «reciprocità tra pari», e indica un trattamento preferenziale per chi è in difficoltà. Gli accordi commerciali dovrebbero poi ridimensionare l’ambito dei temi considerati. In particolare, la proprietà intellettuale «non dovrebbe trovare spazio in un accordo commerciale». Le norme previste dai trattati dell’Omc su brevetti e copyright (i Trips) hanno favorito i colossi della farmaceutica e dell’elettronica: «il Trips ha celebrato il trionfo degli interessi particolari delle grandi multinazionali europee e statunitensi sugli interessi generali di miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo confermando, una volta di più, come spesso si dia più importanza ai profitti che ad altri valori fondamentali, come per esempio l’ambiente o la stessa vita». Tra le proposte più interessanti e radicali c’è la riforma del sistema delle riserve valutarie delle banche centrali, che ora accumulano dollari (e in minor misura euro e yen) nella forma di titoli di stato Usa, finanziando così il paese più ricco del mondo, che «vive costantamente al di sopra dei propri mezzi, prendendo in prestito 2 miliardi di dollari al giorno dai paesi più poveri». Stiglitz riprende l’idea, che fu di Keynes, del bancor, una banconota universale da utilizzare come riserva, assegnata a ciascun paese in cambio di valuta nazionale, che potrebbe assicurare loro liquidità e metterli al riparo dalle crisi finanziarie, riducendo drasticamente il potere finanziario degli Stati Uniti.

Ancora più interessante la proposta relativa al come utilizzare le risorse così create: innanzi tutto per finanziare i beni pubblici globali (ambiente, salute, conoscenza) che nessun paese ha interesse a produrre, ma che tutti utilizzano. Poi per ridurre le «esternalità negative», i danni non contabilizzati che alcuni paesi infliggono ad altri: «si potrebbe decidere – scrive ad esempio Stiglitz – di ammettere solo i paesi che si impegnano sul fronte di una totale denuclearizzazione. Altre condizioni potrebbero riguardare le emissioni di gas serra …l’inquinamento degli oceani», e cosi via. Infine, si potrebbero finanziare gli obiettivi di sviluppo del millennio decisi all’Onu che i paesi ricchi rifiutano di sostenere con i troppo modesti aiuti allo sviluppo. Sono molte altre le proposte che esprimono la prospettiva di una «globalizzazione dei diritti e delle responsabilità», espressione di un capitalismo illuminato, di un convinto multilateralismo e di una politica da «terza via».

Sarebbe facile ironizzare sulla sconfitta politica di questo progetto, ma proprio la sconfitta del progetto neoconservatore consumata in Iraq e nelle recenti elezioni americane riapre la questione di un ordine internazionale più equo e democratico. Un’esigenza posta dai movimenti globali nati a Seattle e cresciuti a Genova, di cui Stiglitz riconosce i meriti aprendo il volume con il racconto del Forum sociale mondiale di Mumbai del 2004.

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