FINANZIARIA 2007: PIU’ LUCI CHE OMBRE PER LA SOCIETA” CIVILE


di Mario Pianta – Articolo pubblicato dal manifesto il 29 settembre 2006.

Fioche luci e larghe zone d’ombra. Questa sembra la fotografia della legge finanziaria del governo dell’Unione alla vigilia dell’approvazione da parte del Consiglio dei ministri della più importante misura di politica economica. Più ombre che luci, se i criteri per giudicare sono il programma elettorale dell’Unione e le richieste avanzate da Sbilanciamoci!, la campagna della società civile che chiede una finanziaria all’insegna di pace, ambiente e solidarietà.

Dal lato delle entrate, il punto di partenza nel primo anno di governo dell’Unione non poteva che essere il rovesciamento delle "politiche del privilegio" del governo precedente, con il ritorno della tassazione su rendite e successioni e il ritorno della progressività nelle imposte sui redditi. Sbilanciamoci!, nel suo forum annuale di un mese fa a Bari, aveva chiesto la tassazione delle rendite finanziarie al 23 per cento e di reintrodurre la tassa di successione sui patrimoni superiori a 500 mila euro (una buona idea sarebbe quella di renderla progressiva), una tassazione prima ridotta dal governo dell’Ulivo e poi eliminata da quello Berlusconi. Ieri è venuto l’annuncio ufficiale che la tassa di successione non sarà nella finanziaria: non c’è stata la capacità di chiudere l’era delle riduzioni delle imposte (per i ricchi). Non c’era nulla di rivoluzionario in questa richiesta: anche Bill Gates è favorevole alla tassa di successione. Semplicemente si trattava di realizzare quanto previsto dal programma dell’Unione e di allinearsi agli altri paesi che hanno già ripreso a usare la leva dell’imposizione fiscale.

Sempre sul fronte fiscale la seconda "riconquista" che ci si attendeva dall’Unione riguarda la natura progressiva delle imposte sui redditi, anche questa smantellata dal governo precedente: chi ha di più deve contribuire più che proporzionalmente alle spese della comunità. Un primo passo è che per i cittadini con i redditi più alti (oltre i 70 mila euro), si passerà all’ aliquota fiscale del 43 per cento prevista dal programma dell’Unione. Per quelli con i redditi più bassi – il popolo dei mille euro al mese, guadagnati spesso con lavori precari, e più colpiti dalla perdita del potere d’acquisto in questi anni, si tratta di ampliare il reddito non tassato e di favorire il passaggio a contratti a tempo indeterminato.

Il consenso a nuove misure fiscali sarebbe molto ampio. Un’indagine con interviste a 1200 italiani realizzata da Sbilanciamoci! e Nuovo Welfare ha trovato che tre quarti dei cittadini sono favorevoli a innalzare al 48 per cento l’aliquota sui redditi superiori a 100 mila euro l’anno e due terzi a portare al 23 per cento la tassazione sui titoli, ora al 12. Ma la sorpresa è che il 58 per cento degli italiani sostiene che "sarebbe meglio pagare più tasse e avere più servizi" mentre meno del 30 per cento preferisce "pagare meno tasse e avere meno servizi pubblici" (il rapporto Giustizia fiscale, welfare, cittadinanza è sul sito www.sbilanciamoci.org).

Il ritorno a una politica di maggiori entrate sarebbero un passo positivo non solo per tappare i buchi del bilancio dello stato che tanto preoccupano il ministro Padoa Schioppa e la Commissione europea, ma anche per iniziare a contrastare le disuguaglianze che sono dilagate – in Italia come quasi ovunque – in vent’anni di politiche neoliberali.

Ben più incerta è la situazione, nella ridda di indiscrezioni e smentite della vigilia della finanziaria, sulla volontà di usare la spesa pubblica per una politica di redistribuzione effettiva. Qui il criterio di fondo per giudicare la Legge finanziaria non può che essere la tutela e la riqualificazione della spesa sociale – scuola e sanità in testa – e l’impegno sui bisogni sociali più gravi: la precarietà, la casa, l’immigrazione. Se un primo risultato è stato l’esclusione delle pensioni dalla Legge finanziaria, resta da vedere se continuerà la pratica di ridurre le risorse agli enti locali, se si finanzieranno asili e sostegno agli anziani, reddito minimo d’inserimento e ricerca.

Ancora più scivolosa potrebbe essere la Legge finanziaria sul fronte che il governo chiama "sviluppo" e che rischia di essere sinonimo, ancora una volta, di grandi opere – autostrade e alta velocità – e spesa militare per l’acquisto di armamenti e missioni all’estero. Qui lo scontro con l’idea di uno sviluppo di qualità che hanno le 44 associazioni della campagna Sbilancamoci! rischia di essere frontale. Le richieste della società civile parlano qui di rispettare gli impegni del protocollo di Kyoto, carbon tax, sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e di un taglio del 20 per cento della spesa militare, un segnale chiesto ancora in questi giorni da una lettera aperta di 15 senatori dell’Unione promossa dal verde Giampaolo Silvestri. In più vengono richieste nuove risorse pubbliche per la cooperazione, promozione dei beni comuni e sostegno all’altraeconomia fatta di commercio equo, finanza etica e imprese sociali. Dove trovare fondi per riorentare lo sviluppo? Una (buona) idea era il passaggio dalle imprese all’Inps di una parte degli accantonamenti per il Tfr (la liquidazione), che ha sollevato ieri la dura opposizione di Confindustria, pronta a esigere il pagamento della cambiale del governo sul "cuneo fiscale".

In questi scontri incrociati, non si tratta di fare i conti con una lobby in più, quella della società civile. Le proposte di Sbilanciamoci! interpretano le richieste e i bisogni di una larga parte della base sociale dell’Unione; rendere evidente, nella prima finanziaria della legislatura, la discontinuità con il passato sarebbe essenziale per consolidare la base sociale della coalizione.

Se il governo sembra avere le idee chiarissime sull’entità del risanamento dei conti pubblici imposto dal Patto di stabilità e crescita europeo, assai meno chiara sembra la direzione su cui si vuole orientare lo "sviluppo" del paese. E’ una sfida che va ben al di là della Legge finanziaria, ma misuriamo qui l’ininterrotta fiducia nella capacità del mercato di produrre crescita, non appena liberalizzazioni e privatizzazioni (Autostrade e Telecom, ad esempio) hanno via libera. Eppure le dure lezioni dell’economia reale dovrebbero togliere ogni illusione: la crisi e le minacce di vendite all’estero di grandi imprese strategiche, il declino dell’industria italiana, il deficit permanente della bilancia commerciale, la perdita di occupazione, la scomparsa di interi settori produttivi ci ricordano quanto sia necessaria un’alternativa alla politica economica del passato.

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