Campagna 2006 – Una proposta di modifica del sistema previdenziale

Proposta di modifica del sistema previdenziale

Istitituzione di un fondo di riserva pensionistico presso l’INPS

Questa ipotesi di riforma è parte di un più ampio progetto che mira a garantire da un lato la sostenibilità finanziaria della spesa pensionistica, dall’altro ad assicurare che tale sostenibilità non venga perseguita a scapito di un ulteriore impoverimento delle prestazioni pensionistiche presenti e future.

E’ anzi necessario che venga rafforzata la tutela previdenziale attualmente offerta ai giovani, tramite il superamento dei regimi di decontribuzione e sottocontribuzione, inconciliabili con il mantenimento di prestazioni adeguate nel sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini, il riconoscimento di elementi di contribuzione anche nei periodi di interruzione dell’attività lavorativa, il rafforzamento della possibilità per i redditi bassi di cumulare pensioni contributive e assegno sociale.

La proposta andrà comunque inserita in un più ampio contesto di rilancio degli istituti del welfare e della politica dei redditi in settori quali la maternità, le politiche abitative, l’educazione permanente, il controllo dei prezzi e delle tariffe pubbliche, indispensabili ad assicurare flessibilità e contenimento dei costi in un contesto di crescita sociale e di competitività fondata sulla qualità.

Nello specifico, questa parte del progetto si propone i seguenti obiettivi:

  • offrire, seguendo l’esempio della maggior parte dei paesi europei, risorse aggiuntive per finanziare l’aumento di spesa pensionistica previsto, anche dopo la riforma 2004, nel periodo 2020-2045 (la famosa “gobba”) attraverso la costituzione di un fondo di riserva, senza ulteriore aggravio di costi per l’operatore pubblico;
  • permettere il decollo della previdenza integrativa senza costringere i lavoratori a partecipare necessariamente ad un fondo integrativo e offrendo loro, invece, l’opzione di mantenere inalterato l’uso corrente del TFR;
  • risolvere i problemi di costo e mancata indicizzazione dei contratti di rendita vitalizia della previdenza integrativa, assicurando che tali prestazioni siano attuarialmente eque e indicizzate all’inflazione.
  • offrire risorse adeguate nel breve e medio periodo per un intervento dell’operatore pubblico in ambito economico e di edilizia abitativa.

La proposta di istituzione del fondo di riserva si compone delle cinque seguenti misure:

    1. I lavoratori dipendenti privati sono liberi di trasferire il proprio flusso annuo di TFR ai fondi di previdenza integrativi. Al momento del pensionamento i fondi pensione riversano il risparmio pensionistico del lavoratore ad un fondo di riserva costituito presso l’INPS invece che ad una compagnia assicurativa in cambio della rendita pensionistica. L’INPS emette un corrispondente vitalizio indicizzato ai prezzi e al PIL, sulla base di formule attuarialmente eque.
    2. Se il lavoratore sceglie di mantenere il TFR, continua ad usufruirne alle attuali condizioni di utilizzo e rendimento. I flussi annui di TFR sono però riversati dalle imprese nel fondo di riserva.
    3. Dal fondo di riserva l’INPS attinge le risorse necessarie:
      • al pagamento delle rendite vitalizie di cui al punto 1;
      • ai pagamenti del TFR di cui al punto 2 e delle relative anticipazioni;
      • per integrare il finanziamento della spesa pensionistica negli anni 2020-2045.

4. Il patrimonio del fondo di riserva viene investito dall’INPS in attività economiche secondo normali principi prudenziali. In particolare l’INPS:

  • può utilizzarlo per finanziare iniziative economiche che offrano garanzie di adeguata redditività nell’orizzonte di investimento proprio del fondo di riserva;
  • può utilizzarlo per interventi in ambito abitativo che garantiscano un rendimento di lungo periodo pari a quello medio del sistema economico, contribuendo a calmierare il mercato ed ampliare l’offerta. L‘offerta abitativa costruita in tal modo potrebbe costituire la base per il rilancio di una politica pubblica in campo abitativo, che diverrebbe possibile attraverso contenuti trasferimenti pubblici all’INPS a compensazione della quota di immobili a canone sociale, dato che all’INPS verrebbe comunque garantito il rendimento medio.

5. Per i dipendenti pubblici, l’INPDAP liquida al lavoratore, al momento del pensionamento, il TFR o il TFS (Trattamento di fine servizio) ovvero, su richiesta del lavoratore, trasforma tale somma in una pensione integrativa sulla base di formule attuarialmente eque, con una riduzione strutturale del deficit pubblico originata dal fatto che per i lavoratori che scelgono la rendita vitalizia l’esborso è diluito negli anni anzichè essere concentrato al momento del pensionamento.

La Tab. 1 descrive il flusso potenziale di risorse che sarebbe possibile veicolare nel fondo di riserva INPS. Ipotizzando il 50% dei dipendenti privati decida di tenere il TFR alle condizioni attuali e il 50% di aderire ad un fondo pensione, già negli anni iniziali affluirebbero nel fondo di riserva 7 miliardi di euro l’anno. L’afflusso aumenterebbe negli anni successivi fino a raggiungere i 20 miliardi annui (a valori 2005). Crescerebbero via via anche i pagamenti da parte del fondo di riserva, che a partire dal 2033 bilancerebbero sostanzialmente i flussi in entrata. Tuttavia, il patrimonio del fondo di riserva e i relativi rendimenti (pur ipotizzati non superiori alla crescita del PIL) offrirebbero risorse aggiuntive che permetterebbero di integrare il normale finanziamento della spesa pensionistica. Ipotizzando ad esempio che le risorse vengano utilizzate al solo fine di stabilizzare la spesa pensionistica al netto dell’utilizzo del fondo di riserva, tale spesa sarebbe stabilizzata per tutto il periodo 2020-2045 al 14,65% del PIL. Le conclusioni sono robuste a diverse ipotesi di partecipazione dei lavoratori ai fondi pensione e a diversi scenari macroeconomici; inoltre, il modello matematico di accumulazione ed utilizzo del fondo di riserva è tale per cui non si verrebbero a creare oneri aggiuntivi per il bilancio INPS o per il bilancio pubblico per tutti gli anni a venire, anche oltre al 2045 (grazie al meccanismo a ripartizione di finanziamento del fondo di riserva a regime).

A livello europeo, in 11 paesi su 15 dell’UE ante allargamento sono presenti fondi di riserva pensionistici. La Commissione Europea valuta che i fondi di riserva ammontino al 55% del PIL in Finlandia, al 29% in Svezia, al 25% in Danimarca, al 22% in Lussemburgo, all’8% in Irlanda, al 3% in Portogallo e Olanda, mentre anche Grecia, Spagna, Francia e Belgio hanno attivato tale strumento.

Per quanto riguarda l’assunzione in capo all’INPS dell’emissione delle rendite vitalizie, va ricordato che il meccanismo operativo dei fondi pensione è il seguente: il fondo pensione accumula le risorse del lavoratore e le investe nei mercati finanziari. Al momento del pensionamento, il fondo pensione non eroga direttamente la prestazione pensionistica bensì acquista uno speciale contratto finanziario, chiamato “annuity” (una rendita vitalizia), normalmente emesso da una compagnia di assicurazione, cui trasferisce l’intera ricchezza accumulata dal lavoratore (capitale contributivo più rendimento).

Tuttavia le annuity offrono normalmente una rendita fissa in termini nominale, dunque non indicizzata né ai prezzi né ai salari. Il costo delle poche rendite indicizzate offerte inoltre è proibitivo (ovvero è bassa la rendita pensionistica offerta), perchè le compagnie assicurative non sono in grado di tutelarsi adeguatamente dal rischio inflazione. La teoria economica generalmente ritiene che l’unico agente in grado di fornire un’assicurazione simile su larga scala sia l’operatore pubblico, in ragione del fatto che la base impositiva cresce essa stessa con l’aumento dei prezzi.

Oltre alla mancanza di indicizzazione ai prezzi delle annuity, esiste un secondo problema legato al loro costo, che risulta troppo elevato. Il mercato delle annuity infatti è poco competitivo, non solo in Italia, dove è ancora pressoché assente, ma anche nei paesi anglosassoni, dove il sistema privato di previdenza è più sviluppato.

La proposta che viene fatta riguarda esclusivamente la sostituzione dell’ente pensionistico pubblico alle assicurazioni nell’emissione di annuity. In pratica, il fondo pensione accumulerebbe e investirebbe risorse sui mercati come nel caso attuale. Solo, al momento del pensionamento del lavoratore, il suo risparmio pensionistico non sarebbe trasferito ad una compagnia assicurativa, bensì all’ente pubblico, che garantirebbero in cambio una rendita indicizzata ai prezzi e attuarialmente equa. Come detto, l’operatore pubblico è l’unico in grado di assicurare prestazioni indicizzate. D’altra parte, l’utilizzo di formule di calcolo di tipo assicurativo garantirebbe che esso non si sobbarchi oneri aggiuntivi. L’emissione delle rendite vitalizie da parte dell’INPS permetterebbe dunque di superare il fallimento dei mercati assicurativi offrendo ai lavoratori prestazioni eque senza ostacolare, ed anzi rendendo più sicuro, il sistema dei fondi pensione privati.

Con riguardo al trasferimento al fondo di riserva del TFR dei lavoratori che scelgono di non entrare in un fondo pensione, va sottolineato che nulla cambierebbe per il lavoratore nell’ammontare e nelle modalità di utilizzo del TFR rispetto alla situazione attuale. La perdita dell’uso dei flussi di TFR da parte delle imprese trova invece già compensazione negli stanziamenti del governo per l’attuazione della riforma pensionistica del 2004 e in particolare del decreto per la previdenza integrativa.



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