LE ARMI SPUNTATE DELL’UNIONE EUROPEA


Di Tommaso Rondinella (Articolo per il Manifesto di Domenica 31 luglio 2006)

La crisi militare in Libano mostra che le armi hanno una voce più potente della politica. Sono loro a decidere dei conflitti disegnati dalle strategie di potere e dal controllo delle risorse, alimentati da spese militari, produzione e commercio di armamenti. L’Unione Europea si dimostra incapace di fermare le conseguenze del sistema militare industriale che dominano la scena internazionale e che lei stessa contribuisce ad alimentare.

La spesa militare mondiale è stata nel 2005 di oltre 1.100 miliardi di dollari. Questi corrispondono al 2,5% del Pil mondiale o ad una spesa media di 173 dollari pro capite per ogni cittadino del mondo (Stockholm International Peace Research Institute, www.sipri.org). La spesa è aumentata del 3,4% dal 2004 e del 34% dal 1996. Gli Stati Uniti sono responsabili di oltre l’80% di quest’aumento e la loro spesa militare ammonta a circa la metà del totale mondiale, seguiti a distanza da Gran Bretagna, Francia, Giappone e Cina che coprono attorno al 4-5% ciascuno.
Dopo un periodo di riduzione delle spese militari a seguito della caduta del muro di Berlino, la produzione di armamenti ha ripreso a crescere. Come osserva il Sipri, da un lato per le guerre in Afghanistan e Iraq, dall’altro per l’aumento del prezzo del petrolio. Le ingenti risorse generate dai combustibili fossili specialmente in Algeria, Azerbaijan, Russia e Arabia Saudita hanno prodotto entrate straordinarie per i governi e rifocillato i fondi per le spese militari. Nei casi di Perù e Cile il legame combustibili/spese militari è addirittura sancito dalla legge.
Le spese militari sono il motore dell’industria degli armamenti. Senza ingenti finanziamenti da parte degli Stati, i giganti militari non esisterebbero o produrrebbero aerei, navi, motori, radar, per uso civile. Il mondo sarebbe un posto più sicuro. Ma governi e ministri della Difesa ripetono il contrario: si ammodernano gli eserciti per essere più sicuri. In realtà più spesso si comprano armi per mantenere in vita l’industria nazionale, per avere buoni rapporti con i paesi produttori, con gli alleati e, nei paesi dai regimi corrotti, per intascare tangenti da chi le armi le vende.

Dell’idea che la sicurezza si produca con le armi gli Stati Uniti sono i massimi promotori, ma il resto del mondo e in particolare l’Europa, fa fatica a scegliere una strada diversa.
Ad esempio, il documento UE in materia di sicurezza Un’Europa sicura in un mondo migliore, approvato dal Consiglio Europeo alla fine del 2003, fa proprie alcune riflessioni elaborate dai pacifisti e dalle organizzazioni non governative, riconosce i legami fra ingiustizie e insicurezza, la predominanza delle minacce non militari per il futuro del pianeta e si schiera per il multilateralismo nei processi decisionali e nelle relazioni internazionali. Tuttavia, in contraddizione con molte delle argomentazioni esposte, si insiste a considerare centrale l’elemento militare, senza capire che le strategie di sicurezza prevalentemente militari sono controproducenti e destinate a produrre insicurezza (Economia a mano armata, www.sbilanciamoci.org)
La gestione e l’indirizzo delle spese militari, e del complesso militare industriale in genere, è determinante nell’impostazione delle politiche internazionali. Vie diverse alla risoluzione dei conflitti si riflettono in modelli diversi di produzione di armamenti e di spese militari. Su questo l’Europa deve ancora trovare la direzione che intende percorrere.
Per tutti i grandi paesi occidentali si è osservata una consistente riduzione delle spese militari dalla fine della guerra fredda, ma gli andamenti sono a volte molto diversi.
Una prima via è quella che Blair sta facendo seguire alla Gran Bretagna. Una replica a scala ridotta del modello militare americano. La spesa militare era scesa dal 4,1 al 2,4% del Pil tra la fine della guerra fredda e l’attacco alle torri gemelle, per poi risalire fino al 2,8%. Il ritorno ad una fase di riarmo e il doppio legame con gli USA hanno portato all’intensificazione delle attività industriali e a molte fusioni tra gruppi industriali inglesi (BAE, Rolls Royce, GKN) e gruppi statunitensi.
Una posizione a parte è rappresentata dalla Francia che ha ridotto di un terzo la sua spesa ma che continua a mantenere una posizione militare forte, con un imponente arsenale nucleare e l’esercito più numeroso d’Europa.
Il terzo modello che si sta affermando in Europa è quello che chiameremo tedesco, ma che è anche spagnolo, olandese, belga e svedese. È un modello che fonda la propria forza sulla definizione della sicurezza in termini soprattutto politici e non militari e che ha dimezzato dall’89 a oggi la percentuale di Pil dedicata alle spese militari e di conseguenza il numero di addetti. La Germania è scesa dal 2,9 all’1,4 % del Pil, la Spagna dal 2 all’1,1%, il Belgio dal 2,6 all’1,3%.
L’Italia è l’unico dei grandi paesi europei che non ha visto una riduzione delle spese militari, che si sono sempre mantenute attorno al 2% del Pil.

Le industrie di tutti i paesi tuttavia sono identiche nella ricerca di sbocchi sui mercati. E le armi, una volta in circolazione finiscono dove è più probabile che sparino. Non ci sono grandi differenza a questo punto tra Inghilterra, Francia o Germania.
Tanto meno con l’Italia che ha una responsabilità grande nella produzione di armi essendo stato nel 2005 il sesto esportatore. Un ruolo di primo piano è quello di Finmeccanica, terza impresa europea del settore e che continua a crescere all’interno del meccanismo di concentrazione del mercato delle armi che ha portato le prime dieci industrie a controllare dal 42 al 61% del mercato in meno di 10 anni (Sipri). Ma una storia tutta italiana è quella delle armi leggere di cui siamo il secondo produttore mondiale (Misna.org). Non essendo considerate armi da guerra non sono sottoposte a nessun tipo di vincolo, possono essere quindi vendute a paesi in cui sono frequenti gli episodi di violazione dei diritti umani e in cui truppe armate, gruppi paramilitari e terroristici minacciano la stabilità regionale, coinvolgendo civili e facendone spesso il bersaglio della violenza.

Per spezzare questo legame di ferro tra spese militari e conflitti, la riduzione delle spese militari diventa un buon inizio. È questa una priorità politica ed economica che da anni propone la Campagna Sbilanciamoci! Politica, per indirizzare le strategie internazionali ed europee verso una logica di pace. Economica, perché le risorse liberate possono essere destinate alle spese sociali che da troppi anni ricevono tagli. Invece si spendono 11 miliardi di euro per comprare una portaerei, dieci nuove fregate e 131 caccia Eurofighter che possono essere giustificati solo nella logica della guerra permanente.
L’Italia si potrebbe invece attivare con un’iniziativa in sede UE perché il processo di costituzione di forze armate europee o di un coordinamento attivo di quelle nazionali permetta, razionalizzandole, la diminuzione complessiva dei militari, della produzione di armi e delle spese militari dei paesi dell’Unione. Il fine dovrebbe essere un’Europa in grado di far pesare il suo ruolo politico al di là del potere offensivo dei suoi eserciti, di non essere così mera osservatrice di fronte agli indiscriminati bombardamenti su Beirut.

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