SOLDATI E, SOPRATTUTTO, SOLDI

di Mario Pianta

Oggi il governo presenta il Dpef, il documento che definisce le priorità per l’azione di governo. Nella disperata ricerca di riduzioni di spesa, sappiamo già dove le forbici di Padoa Schioppa non taglieranno: la spesa militare. Le priorità dei governi precedenti in questo campo le ha illustrate il Sipri, l’Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel suo annuario appena pubblicato: con 27,2 miliardi di dollari l’Italia è al settimo posto nella spesa militare nel mondo; con 468 dollari per abitante supera la Germania (401), il Giappone (329) e la Russia (147). Tra la fine della guerra fredda nel 1990 e oggi la spesa militare italiana è raddoppiata (a prezzi correnti), restando intorno al 2 per cento del Pil, mentre quella della Germania ha dimezzato il suo peso dal 2,8 all’1,4 per cento del Pil.
Tra le voci che hanno fatto crescere la spesa militare italiana ci sono le missioni militari all’estero (un miliardo di euro nell’ultima finanziaria), ingiustificati acquisti di armamenti fatti apposta per interventi lontani, come la portaerei Conte di Cavour (costo: quasi un miliardo di euro, armamenti esclusi) e le dieci nuove fregate (3,5 miliardi di euro), 121 caccia Eurofighter (oltre 6,5 miliardi di euro). Fatti i conti, questi tre giocattoli rappresentano l’1 per cento del Pil. A proposito, a pagina 109 del programma-Bibbia dell’Unione si legge dell’impegno "a sostenere una politica che consenta la riduzione delle spese per armamenti"
E’ dal dissolvimento del Patto di Varsavia che i movimenti per la pace hanno chiesto una riduzione della spesa militare, con manifestazioni, marce per la pace Perugia-Assisi, marce per la riconversione da La Spezia a Portovenere, pressioni sul parlamento, emendamenti al bilancio dello stato. Dal 1989, ne è stata protagonista, ogni anno, la Campagna "Venti di Pace" che chiedeva la riduzione del 20 per cento della spesa militare in cinque anni. A vedere i dati del Sipri, era una richiesta modesta: tra il 1989 e il 1996 la spesa militare mondiale è diminuita (in termini reali) del 30 per cento. Ma dal 2000 è ripresa a salire, e siamo ora tornati vicini ai livelli della guerra fredda. Dal 2000 la richiesta di disarmare l’economia è nella Campagna Sbilanciamoci! che ha esteso le proposte di priorità alternative all’insieme del bilancio dello stato (www.sbilanciamoci.org).
La spesa militare è al centro del sistema di guerra del nostro paese: oltre a pagare le forze armate alimenta la produzione e l’esportazione di armi. La prima è quasi tutta in Finmeccanica, erede dell’industria di stato, ora controllata solo per un terzo dal Tesoro, 60 mila addetti nel mondo, 55 per cento di produzioni militari, al decimo posto nel mondo per vendite di armi. L’export nel 2005 è quadruplicato rispetto all’anno precedente (superando addirittura la Gran Bretagna) e nel settore delle armi leggere, quelle che provocano più morti nei conflitti, l’Italia è al secondo posto nel mondo.
Ridimensionare l’economia di guerra del nostro paese è una condizione per costruire la pace, per evitare le tentazioni di nuove armi e avventure militari, per chiudere quelle attuali. E’ un obiettivo su cui c’è da vent’anni anni un lavoro sistematico della società civile e di reti di associazioni, dalla Tavola della Pace a Controllarmi, di settori del sindacato e di gruppi di base. E’ il progetto politico di questo pacifismo che non trova oggi attenzione non solo nel Dpef, ma – si direbbe – nemmeno nelle forze politiche dell’Unione, tutte prese a dividersi sull’Afghanistan. Una vicenda, quella, rimasta ai margini dell’impegno dei movimenti, necessariamente concentrati sulla guerra in Iraq. Nell’immediato è essenziale respingere le pressioni Nato per un maggior impegno militare a Kabul e affermare una discontinuità con le politiche passate. Ma è difficile aspettarsi che la politica e le contrattazioni nei palazzi offrano scorciatoie a un lavoro che i movimenti stanno iniziando solo ora. La vera discontinuità che va chiesta oggi al governo è l’inizio di un percorso di legislatura che porti a disarmare, almeno un po’, l’economia e la politica italiana. Trovando qui – come ha fatto la Germania rosso-verde e bianco-rossa – le risorse che mancano al Tesoro. E offrendo al pacifismo un segno di pace.

Articolo per il manifesto, 6 luglio 2006

Per scaricare il SIPRI Yearbook 2006 Armaments, Disarmament And International Security segui questo link

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