DPEF 2007-2011: un’occasione mancata

Sbilanciamoci! presenta la propria analisi del DPEF presentato dal Governo. A fronte di evidenti miglioramenti rispetto ai Documenti del passato, soprattutto per l’attenzione riservata alle questioni di disuguaglianze e povertà, il DPEF ancora presenta importanti lacune per la definizione di un’economia che si fondi sui diritti, l’ambiente, la solidarietà.

Il DPEF presentato dal nuovo governo si trova ad affrontare una situazione economica e finanziaria difficilissima, sotto il profilo dello stato dei conti pubblici e delle dinamiche reali dell’economia italiana. Si tratta di impegni gravosi, cui nessuno si può sottrarre e che però non devono far venire meno l’impegno per affermare pienamente i diritti sociali e di cittadinanza, la prospettiva di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, la promozione di un’economia diversa fondata sui valori della cooperazione, della pace, dell’eguaglianza.

Con il DPEF presentato lo scorso 7 luglio cambiano -rispetto ai documenti precedenti- toni e scenari, accenti e parole: si parla di equità e redistribuzione, di politiche sociali ed occupazione, di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, di politiche per l’ambiente. Si tratta ancora di orientamenti generali non sempre tradotti in proposte e indicazioni operative. Il primo rischio è che gli impegni ancora sotto il profilo di enunciati (dal diritto all’abitazione agli asili nido, dall’ occupazione giovanile e femminile alle pari opportunità, dall’ambiente al lavoro) rimangano tali e non corrispondano poi a scelte concrete. Dobbiamo aspettare e verificare l’eventuale traduzione di questi primi enunciati in impegni concreti nella prossima finanziaria.

La nota più preoccupante è la prospettiva, indicata dal DPEF, di tagli alle spese sociali: pensioni, sanità, enti locali. Ci associamo in questa preoccupazione a quella espressa da CGIL, CISL, UIL.

La politica di risanamento dei conti pubblici, condotta secondo un calendario troppo stringente e senza ricorrere a nuove entrate fiscali (se non quelle determinate dalla lotta all’evasione, che restano ancora virtuali, finché non realizzate) annuncia un preoccupante scenario in cui potranno essere colpite le pensioni, la sanità, gli enti locali, il pubblico impiego.

Sono significativi i passi avanti compiuti dall’attuale governo rispetto all’impostazione generale -passata- del DPEF. Tuttavia l’imponente lavoro di tipo analitico riguardo la situazione corrente del Paese non è seguito da un’altrettanto concreta definizione delle misure da adottare per il raggiungimento degli obiettivi che troppo spesso rimangono dei vaghi enunciati. Manca nel DPEF la scommessa su una politica economica e finanziaria nuova, che abbia il coraggio di ribaltare radicalmente i paradigmi di un modello di sviluppo dominato dalle politiche neoliberiste di un ventennio (smontandone privilegi ed ingiustizie), puntando sulla qualità di un’economia che valorizzi le risorse umane e locali, il welfare, la tutela del patrimonio ambientale, la cooperazione economica e sociale dentro un quadro di difesa e garanzia dei diritti umani e sociali e dell’eguaglianza economica e sociale di tutti i cittadini. Accanto ad un vocabolario nuovo che allarga e approfondisce i temi dell’equità sociale e della lotta all’esclusione, dell’ambiente e delle pari opportunità, il DPEF ripropone un vocabolario vecchio, quello di un modello economico fondato sulla competitività e le privatizzazioni, sul mercato e su una idea di sviluppo appiattito sulla mera “crescita”. Serve in questi anni un cambio di rotta verso un modello di sviluppo sostenibile ed equo, che di garanbzia di accesso per tutti ai diritti umani di base, soprattutto alle fasce più povere.

Il DPEF 2007-2011 rappresenta, in sintesi, un’occasione mancata.

E’ un documento che rinuncia a dare più forti segni di discontinuità rispetto all’esperienza dei governi precedenti

Vediamo i diversi punti.

Deficit e debito

Invece di puntare ad una stabilizzazione del rapporto Debito/Pil e di prevedere almeno un anno in più di tempo per programmare il rientro nei parametri previsti dai trattati europei, la prevista manovra di rientro del deficit costringerà il governo ad una finanziaria di 35 miliardi di euro che porterà con sé tagli alla spesa sociale e agli enti locali. Bisognava invece prevedere almeno un anno in più nella manovra di rientro, che avrebbe permesso un approccio più morbido e diluito, senza compromettere la prospettiva di rientro nei parametri e senza pregiudicare la ripresa economica del paese, che potrebbe invece essere negativamente condizionata da una manovra così pesante.

Politica delle entrate

La ricetta sulla politica delle entrate è quella più tradizionale: tagliare la spesa pubblica (ma non quella militare, che anzi viene ricordata e sottolineata per quanto riguarda l’acquisizione dei sistemi d’arma) e in modo specifico le pensioni, la sanità, gli enti locali. Sicuramente importante è l’ impegno nella lotta all’evasione fiscale, ma deludente è l’impegno concreto (a parte le citazioni ancora generali) su misure di politica fiscale che colpiscano le rendite finanziarie e i privilegi fiscali e che garantiscano il principio di progressività, previsto della nostra Costituzione, proponendo come punto di partenza l’abolizione del II modulo della riforma fiscale del governo Berlusconi.
Le nostre proposte sono note: reintroduzione della tassa di successione per i patrimoni oltre i 500mila euro; adeguamento della tassazione di tutte le rendite finanziarie al 23% e l’introduzione di un’imposizione ad hoc per le rendite derivanti dalle privatizzazioni; revisione della tassazione dei patrimoni immobiliari; revisione degli studi di settore e il rafforzamento della normativa sulle società comodo; introduzione di una serie di tasse di scopo per colpire consumi e produzioni dannose (commercio di armi, Carbon tax, transazioni finanziarie, voli aerei, sacchetti e bottiglie di plastica, imballaggi, SUV); la tassazione degli extraprofitti derivanti dall’aumento del prezzo del petrolio; la tassazione sui diritti televisivi e la pubblicità, la tassa alla fonte (a carico delle imprese) sull’imbottigliamento delle acque minerali.

Indicatori e sviluppo sostenibile

Questo DPEF accenna per la prima volta al possibile uso di indicatori ambientali (nello specifico si cita la contabilità ambientale) e fa riferimento a tanti aspetti della questione sociale. E questo è un fatto positivo. Non è però ancora resa palese l’intenzione esplicita di utilizzare un quadro di indicatori di qualità ambientale e sociale più articolato, accanto ai tradizionali indicatori macroeconomici, come succede in altri paesi. La sostenibilità ambientale di un’economia ha bisogno di una rappresentazione ancora molto più dettagliata e l’Istat fornisce indicatori di contabilità ambientale che sarebbero potuti essere introdotti già all’interno del presente Documento (Material Flow Account, già utilizzato dall’Agenzia Ambientale Europea). Non è infatti sufficiente nominare nuovi indicatori se poi questi non sono utilizzati per affinare l’analisi che ci si propone di effettuare. L’impostazione economicista del DPEF deve essere superata da un’espansione dell’analisi verso set di indicatori in grado di dare un’immagine del Paese più legata alle dinamiche sociali. Un lavoro di questo tipo è stato iniziato nel DPEF 2007-2011 sui temi della povertà e dell’istruzione. Dev’essere esteso anche ad aspetti quali l’ambiente, l’inclusione delle categorie svantaggiate, l’immigrazione, la garanzia dei diritti fondamentali e l’accessibilità dei servizi, le pari opportunità.

Ambiente

Si fa positivamente riferimento all’applicazione del trattato di Kyoto, e questa rappresenta una novità, ma non sono evidenziati gli strumenti per rendere operativo questo orientamento. Rimane ancora sospeso il giudizio sulla parte delle infrastrutture in attesa di conoscere i documenti del ministero competente. Ricordiamo però che servirebbe un piano serio per le tante opere “piccole e grandi” di cui avrebbe bisogno il nostro paese: dal riassetto idrogeologico, all’infrastrutturazione diffusa nel Mezzogiorno, dalla mobilità sostenibile alla difesa del territorio, alla ristrutturazione degli acquedotti per ridurre le perdite di acqua potabile. Buono il riferimento alla necessità di puntare alle fonti rinnovabili di energia, ma bisognerà capire come tradurre tutto ciò in impegni concreti nella prossima finanziaria. Servono altri impegni, che la campagna Sbilanciamoci! ha proposto in questi anni: politiche di risparmio energetico, piani di risparmio idrico, la profonda revisione delle priorità nel settore delle infrastrutture in coerenza con l’impostazione del Piano generale dei Trasporti e della Logistica del 2001: il pieno recepimento delle regole comunitarie per la Valutazione Ambientale Strategica e per la Valutazione di Impatto Ambientale di piani, programmi e progetti, nel rispetto dei doveri di informazione e partecipazione del pubblico; la promozione di forme di mobilità sostenibile ed efficiente, incentivando il trasporto su rotaia e le tecnologie pulite; la profonda revisione delle cartolarizzazioni e il blocco della svendita del patrimonio pubblico di pregio; lo stanziamento di adeguati fondi per applicare il Protocollo di Kyoto; la definizione e attuazione del Piano Nazionale per la Diversità Biologica, in attuazione della Convenzione Internazionale sulla diversità biologica; la lotta all’abusivismo edilizio.

Welfare e cittadinanza

Il DPEF prevede la possibilità di tagli a sanità, pensioni e ad enti locali e questo rappresenta una delle parti più negative del documento. La spesa sociale sarà compressa, e con questa i servizi ai cittadini, anche se in vari punti del documento si fa riferimento, positivamente, ad un piano specifico per allargare l’offerta pubblica di asili nido, alla reintroduzione del Reddito Minimo di Inserimento (RMI), al potenziamento del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali e all’istituzione di un Fondo per le non autosufficienze. Il taglio alla spesa pubblica, previdenziale e sanitaria rappresenta una ricetta che somiglia molto all’impostazione del precedente governo. Sembra emergere l’idea di un welfare “debole”, con poche risorse e sempre condizionata dai “vincoli di bilancio”. I diritti sociali sembrano essere concepiti come diritti ad “esecuzione differita”. Tale impostazione è confermata dallo spazio riservato al terzo settore, che anziché essere considerato nella sua capacità di apportare una crescita nelle relazioni di solidarietà del Paese e che per tale contributo deve essere sostenuto, diventa mero strumento di supporto per coprire quelle necessità cui, a causa dei tagli, lo Stato non sarà in grado di provvedere. Non vi sono riferimenti all’altra economia, alla finanza etica, al commercio equo e solidale: anche nella parte generale non vi è alcun accenno a dispositivi premianti rispetto al tetto dei livelli previsti per la spesa pubblica, per quegli Enti Locali che abbiano introdotto opportuni criteri di "preferibilità" sociale, ambientale o equo solidale nelle loro procedure di acquisto di prodotti, o di affidamento di servizi; nè a misure di sostegno fiscale in favore delle organizzazioni di economia solidale; nè all’introduzione, nel rispetto dei parametri fissati dalla normativa dell’Unione, un eventuale incentivo fiscale a favore dei consumatori dei prodotti equosolidali. Una mancanza a nostro avviso poco attenta agli sviluppi di un modo di fare economia che riesce creare esternalità positive sia nei paesi in via di sviluppo che nel nostro paese. Le nostre proposte sono: raddoppio del Fondo per le Politiche Sociali sulla base di un meccanismo di quota capitarla per finanziare inoltre: un piano straordinario nazionale per il Reddito minimo d’inserimento e un piano straordinario per la costruzione di 3000 asili nido; un intervento straordinario per il diritto alla casa; un piano di investimento per l’edilizia scolastica; l’istituzione di un fondo per il diritto allo studio; l’abolizione dei fondi alle scuole private e del buono scuola; la chiusura dei CPT, destinando i fondi risparmiati a politiche di integrazione e di cittadinanza per i migranti; la creazione di strutture alternative alla detenzione e alla sanità penitenziaria; la promozione dei diritti del lavoro e l’istituzione della flexicurity.

Ricerca

Nel documento si prende atto della situazione drammatica in cui versa la ricerca e l’innovazione in Italia ma manca una strategia chiara di rilancio del sistema formativo e universitario oltre che di quello di incentivi alla ricerca. Si ritiene possibile effettuare interventi a costo zero e un impegno finanziario è ritenuto solo “auspicabile”, non necessario. Non è inoltre presente un’analisi sulla crisi del sistema universitario, sullo scarso livello di istruzione terziaria del nostro Paese e sulle strategie per un suo rilancio.

Cooperazione allo sviluppo

Non ci sono linee di indirizzo né impegni precisi nel DPEF per le politiche pubbliche in materia di lotta alla povertà e di aiuto pubblico allo sviluppo. Non vi è nemmeno alcun accenno al profilo italiano di fronte agli obiettivi assunti in sede internazionale nell’ambito delle Nazioni Unite, con l’assunzione di alcuni impegni precisi rispetto alla lotta alla povertà e e agli “Obiettivi del Millennio”. Non è prevista nel DPEF quella Road Map per arrivare allo 0,7% del PIL all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, che persino il governo Berlusconi aveva previsto nel DPEF del 2003. Non c’è nessun tipo di programmazione rispetto all’attuazione delle politiche di cancellazione del debito dei paesi poveri. Nello spazio dedicato alle relazioni di solidarietà internazionale è anche auspicabile l’inizio di un ragionamento e di adeguamento rispetto alle posizioni del resto dei grandi paesi europei nella definizione di nuovi strumenti finanziari internazionali per la salvaguardia dei beni comuni globali e garantire i diritti fondamentali di base come l’accesso all’acqua. Queste le nostre proposte: portare nel 2010 la quota di Aiuto Pubblico allo Sviluppo allo 0,7% del PIL; concentrarsi nell’attuazione degli “Obiettivi del Millennio” proposti dalle Nazioni Unite; procedere entro il 2008 alla completa applicazione della legge del 2000 sulla cancellazione del debito; impegnarsi per la riforma democratica degli organismi economici e finanziari internazionali verso funzioni di cooperazione e di promozione dell’accesso ai diritti di base; partecipazione al “gruppo dei 43” (Leading Group on Solidarity Levies to Fund Development) promosso da Lula e Chirac per definire nuovi meccanismi di finanziamento della cooperazione allo sviluppo e dei beni comuni globali, ad esempio con l’introduzione di una tassa sui biglietti aerei o sulle transazioni finanziarie.

Spese militari

Sul versante della riduzione delle spese si deve constatare come non sia stata presa in considerazione la possibilità di una riduzione della spesa per armamenti concertata in ambito europeo come previsto dal programma dell’Unione. È inoltre auspicabile l’inizio di un processo di riduzione delle spese militari sulla scia di altri paesi europei, primo fra tutti la Germania. Le nostre proposte sono: una politica di disarmo e di riduzione del 20% delle spese militari, bloccando la costruzione di nuovi sistemi d’arma, azzerando il finanziamento alle missioni in Iraq e in Afganistan; riducendo del 50% gli attuali organici delle Forze Armate, sostenendo la riconversione dell’industria bellica e dando maggiori risorse (almeno il 50% in più) al servizio civile nazionale per i ragazzi e le ragazze, per permettere a tutti di svolgere il servizio nel 2007.

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