Un bilancio sulla Finanziaria per il 2006

La legge finanziaria è un momento fondamentale nella vita economica del Paese. Rappresenta uno degli strumenti principali della politica economica. Vi si dovrebbero leggere con chiarezza le scelte e le strategie di un governo. Invece, di anno in anno la Legge Finanziaria in Italia diviene sempre più incomprensibile ai più.

Una legge finanziaria è un momento fondamentale nella vita economica del Paese. Rappresenta uno degli strumenti principali della politica economica. Vi si dovrebbero leggere con chiarezza le scelte e le strategie di un governo. Invece, di anno in anno la Legge Finanziaria in Italia diviene sempre più incomprensibile ai più. Anche quella per il 2006 si compone di un unico articolo e 612 commi commi. La ragione? Molto semplice: pur avendo la più cospicua maggioranza parlamentare che si ricordi, anche quest’anno il governo ha voluto chiedere la fiducia. Ma siccome la fiducia si vota per articoli, ecco l’articolo unico. Nel quale sono affastellate senza alcun ordine disposizioni di ogni tipo, da alcune norme di fondamentale importanza per la vita dei cittadini ad altre che soddisfano le più o meno lecite esigenze di Tizio e di Caio.

Per mettere un po’ d’ordine è necessario cominciare dai numeri.

Va considerato che la Legge Finanziaria è stata cambiata più volte, e soprattutto che essa viene accompagnata da due decreti (il decreto fiscale e il decreto tagliaspese), a loro volta risultanti da una serie di correzioni, aggiunte ed accorpamenti. Tutti insieme, questi provvedimenti costituiscono la cosiddetta manovra finanziaria. Che, dagli iniziali 12 miliardi di euro, è lievitata fino a raggiungere i 27-28 miliardi. Che vuol dire: 27 miliardi di entrate previste e 27 miliardi di utilizzo previsto di queste entrate. Non è affatto facile, nemmeno per chi ha cercato di seguire con attenzione l’iter della legge e di leggersi i documenti, capire con esattezza come vengono trovate le risorse e per cosa sono destinate. Le stesse relazioni tecniche, nelle quali si quantifica ogni norma, vengono redatte per le versioni iniziali dei provvedimenti, ma spesso non sono aggiornate o facilmente reperibili. Per queste ragioni ci si deve accontentare di indicazioni di massima e suscettibili di un certo margine di errore.

Vediamo, innanzitutto, come vengono trovate le risorse. Approssimativamente, tra i 10 e gli 11 miliardi di euro dovrebbero venire da una serie di disposizioni fiscali, cioè dalle tasse, 13-14 da risparmi di spesa e i restanti dal nuovo concordato, chiamato programmazione fiscale. Gli incrementi di tasse dovrebbero riguardare, in massima parte, le imprese, attraverso una serie di modifiche alle norme di determinazione della loro base imponibile (in particolare: attraverso una revisione degli ammortamenti). I risparmi di spesa, invece, dovrebbero colpire le amministrazioni centrali (Ministeri) per circa 10-11 miliardi, mentre i restanti 6-7 sono a carico degli enti locali (Regioni e Comuni).

Al di là di questi numeri, la legittima domanda che i cittadini si fanno è: chi paga veramente? Cioè, quali saranno le conseguenze di questi tagli e di queste modifiche fiscali? Per quel che riguarda le norme sulle imprese, è abbastanza ovvio presumere che quelle che potranno farlo, in particolare banche ed assicurazioni, cercheranno di imporre maggiori prezzi per i beni ed i servizi offerti. Tuttavia, questo è vero per qualsiasi modifica alla tassazione sulle imprese e quindi non si tratta di una critica particolarmente importante. Casomai, ci sarebbe da rilevare che alcune delle norme fiscali, frutto della sapienza tecnica di Tremonti in materia, costituiscono solo anticipi di entrate, con ovvie ripercussioni sui bilanci futuri.

Preoccupano di più le conseguenze dei tagli di spesa. I comuni subiscono un drastico taglio, anche se la stragrande maggioranza tra essi ha finora rispettato le regole del cosiddetto Patto di Stabilità Interno, cioè l’accordo tra Stato centrale e Regioni che riflette i vincoli europei. Il taglio riguarda in particolare le spese correnti, e vi sono nominalmente escluse le spese sociali, ma questa disposizione è un po’ una "furbata" perché la nozione di spese sociali a cui si rimanda è molto restrittiva. Al di là del folclore sulle auto blu e sulle notti bianche, tagli a servizi genericamente sociali, culturali, sportivi e ricreativi sono da mettere in conto per tutti i comuni di media grandezza.

A meno che (e questo è un dettaglio non da poco) i comuni non approfittino del fatto che possono continuare (senza limiti) ad utilizzare le loro risorse per creare società esterne, e quindi non approfittino delle novità per appaltare i servizi che non sono già esternalizzati.

Tra le spese locali, ed in particolari regionali, che vengono tagliate, c’è ancora la sanità, sebbene se ne sia parlato pochissimo. Ben 2,5 miliardi di euro di tagli, anche in questo caso abbastanza indiscriminati, non cioè legati ad una valutazione dell’efficienza dei modelli sanitari scelti dalle singole regioni. Ad esempio, nessuna riflessione viene mai fatta riguardo all’incidenza sulla spesa sanitaria delle frodi perpetrate dagli operatori privati che approfittano del meccanismo di rimborso (le cosiddette DRG) per far figurare solo le prestazioni ben remunerate.

Anche per quel che riguarda le spese della amministrazioni centrali viene (volontariamente) fatta molta confusione. Chi potrebbe non condividere il taglio alle remunerazioni e alle indennità dei parlamentari? Ma, a parte il fatto che il taglio è stato a quanto pare fortemente ridimensionato da un recentissimo voto del Senato, la realtà è che questi "sacrifici" sono (e non possono che essere, date le grandezze in campo) simbolici. Sacrosanti, magari, ma simbolici. Ma le cifre grosse riguardano le spese di funzionamento dei singoli Ministeri. Qui va fatta una duplice riflessione. In primo luogo anche per il 2006 vengono riproposti una serie di meccanismi, tipicamente il taglio agli acquisti di beni e servizi, che negli anni scorsi hanno funzionato ben poco. In secondo luogo, per quella parte dei tagli che avrà effetto, non c’è (né ci potrebbe essere all’interno di una qualsiasi legge finanziaria) nessuna garanzia che questo taglio riduca queste ultime e non peggiori invece la qualità e della quantità dei servizi ai cittadini. I beni e i servizi cosiddetti intermedi vanno dalle fotocopie ai servizi di traduzione, dalla carta igienica ai video dei computer. In termini astratti, è difficile capire se e dove ci siano degli sprechi. Le scelte sono rimesse ai singoli Ministri, e non sono mai particolarmente trasparenti.

La programmazione fiscale punta ad indurre i contribuenti a dichiarare un’evasione per gli anni passati in modo da garantirsi la certezza delle imposte da pagare negli anni futuri. L’amministrazione finanziaria formulerà delle proposte per saldare i conti relativamente al biennio 2003-2004, senza sanzioni ed interessi, e delle proposte per determinare l’imponibile per il triennio 2006-2008. In questo caso il contribuente potrà anche andare oltre l’imponibile concordato ed ottenere notevoli sconti. Molto dipenderà, quindi, dai criteri che seguirà l’Amministrazione, che, attraverso gli studi di settore, possiede dati piuttosto precisi sulla situazione dei singoli contribuenti. Vale peraltro la pena di chiedersi se non sarebbe stato meglio investire di più sugli studi, piuttosto che utilizzarli per questi patti poco trasparenti e dagli effetti tutti da verificare.

Per quanto riguarda la destinazione delle risorse, la parte del leone la fa la riduzione del deficit di bilancio, presente e futuro. Ad essa dovevano essere originariamente destinati 12 miliardi di euro, cui si sono poi aggiunti ulteriori 5 miliardi della cui mancanza il governo si è "accorto" perché le vendite degli immobili previste nella finanziaria dell’anno scorso non si erano, in gran parte, realizzate. Viene da chiedersi come mai ciò sia avvenuto così tardivamente, e cosa sarebbe avvenuto se la Corte dei Conti non avesse scritto di questo buco nero su bianco nella sua relazione.

Complessivamente, si può ritenere che alla correzione del deficit siano stati destinati circa 18-19 miliardi, e la parte rimanente (7-8) si concretizzi invece in maggiori spese. La riduzione del deficit ha consentito di ottenere l’approvazione della manovra da parte della Commissione Europea. In realtà, al di là dei vincoli del Patto di stabilità che sono comunque stati violati negli anni precedenti, ciò che veramente conta da un punto di vista macroeconomico è il rapporto debito/PIL.

Va infatti sempre tenuta presente la differenza fra disavanzo (o deficit o indebitamento netto) e debito: il primo è il saldo tra spese ed entrate di un determinato anno, il secondo è l’ammontare complessivo dei debiti a carico di uno Stato. Tra i due esistono chiare relazioni (una serie di deficit porta all’accumulo del debito che fa crescere gli interessi e per questa via il deficit) ma ciò che è importante dal punto di vista economico è il rapporto debito/PIL. Infatti, se questo cresce lo Stato diventa un debitore meno affidabile, perché è sempre più difficile reperire le risorse per ripagare il debito. Ebbene, malgrado la manovra di quest’anno, il rapporto debito/PIL, per la prima volta dopo molti anni, è cresciuto nel 2005, risentendo di una serie di scelte scriteriate fatte negli anni precedenti, ad esempio gli sconti fiscali in epoca di bassa crescita.

Per quanto riguarda le spese, una delle voci più importanti è la riduzione della parte di costo del lavoro che grava sulle imprese, che vale poco meno di due miliardi di euro. Questo provvedimento ha consentito al governo di incassare l’appoggio (o meglio la neutralità) della Confindustria, ma è difficile che possa avere qualsiasi impatto positivo sulla crescita economica. L’Italia, infatti, non è comunque in grado di competere sulla base dei costi con le economie emergenti dell’est europeo ed asiatico, per cui questo sconto aiuterà solamente i margini di profitto di (alcune) imprese. Alla riforma degli ammortizzatori sociali, sicuramente molto più urgente, sono destinati solo 480 milioni di euro. Tra le altre spese finanziate (700 milioni di euro) c’è il famoso "bonus bebé", ovvero mille euro per ogni figlio nato o adottato nel 2005 e per ogni secondo, o ulteriore, figlio nato nel 2006, a condizione che il reddito familiare (autocertificato) non superi i 50mila euro. A questo si aggiunge un nuovo fondo di circa 1,1 miliardi di euro per interventi a sostegno delle famiglie e della solidarietà per lo sviluppo socioeconomico. Vi sono poi una serie di disposizioni di dettaglio, dalle quali talvolta si evincono le priorità che il governo ritiene prioritarie. Ad esempio, per il triennio 2006-2008 vengono stanziati 63 milioni di euro per la cancellazione del debito dei paesi poveri ed invece 195 milioni di euro per la prosecuzione del programma di sviluppo e di acquisizione delle fregate Fremm.

In conclusione, la legge finanziaria per il 2006 è stata forse meno "elettorale" di quanto si poteva temere, ma non si può dire che essa non risenta delle scelte fatte dal Governo negli anni precedenti, soprattutto sul fronte del contenimento dei conti, e di alcune opzioni di chiara natura politica (si pensi alla manovra contro gli enti locali, in maggioranza guidati da coalizioni di centro-sinistra) e, per così dire, filosofica (gli anticipi di imposte, la mancanza di provvedimenti di politica industriale e di tutela dei redditi). Per il futuro molte cose dovrebbero cambiare. In primo luogo, dovrebbero essere chiaramente definiti i vincoli di finanza pubblica. Nel contesto di bassa crescita e dopo uno (o forse due) anni di ripresa di crescita del rapporto debito/PIL, per il 2007 appare ragionevole porsi un obiettivo di mera stabilizzazione di questo rapporto, e quindi di un avanzo primario intorno all’1/1,5%. In secondo luogo, occorre stilare una serie di obiettivi chiari sul fronte delle spese e di conseguenti strumenti sul fronte delle entrate. In terzo luogo, servirà comunicare con trasparenza queste scelte, indicando le loro ragioni e giustificazioni, sgombrando il campo dagli illusionismi e dichiarando chi paga e chi beneficia della politica economica.

Articolo di Alessandro Santoro

































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