Ancora tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo

Il Governo italiano ha azzerato i fondi alle Agenzie delle Nazioni Unite tra cui UNICEF e FAO. Siamo all’ultimo posto della classifica OCSE dei paesi donatori con solo lo 0,15% del PIL destinato ai paesi in via di sviluppo. Intanto però ogni anno si spende per la missione in Iraq il doppio di quanto si stanzia per le attività di cooperazione allo sviluppo nel Sud del Mondo.

NUOVI TAGLI ALLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

L’azzeramento del governo italiano dei fondi alle Agenzie delle Nazioni Unite è l’ennesimo segno della crisi mortale dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) in Italia. In questi mesi i segnali di questa crisi si sono ripetuti continuamente. Dapprima (fine 2004) il Direttore della Cooperazione allo Sviluppo ha candidamente ammesso che l’Italia non avrebbe potuto rispettare gli impegni di lotta alla povertà degli Obiettivi del Millennio, sottoscritti con le Nazioni Unite. Poi (maggio 2005) l’OCSE ci ha fatto sapere che l’Italia è scivolata dal penultimo all’ultimo posto dei paesi donatori, con ben lo 0,15% (fatto in buona parte di cancellazione del debito, e quindi di fondi virtuali) di PIL (Prodotto Interno Lordo) destinato ai paesi in via di sviluppo.
Infine, l’ultima finanziaria (dicembre 2005) ha dimezzato i fondi alle ONG e tagliato di oltre 150 milioni i fondi della cooperazione. Tutte denunce fatte da Sbilanciamoci! in occasione della discussione della legge finanziaria e con la presentazione dell’ultimo "libro bianco", denunce alle quali il Ministero Affari Esteri non ha dato risposte. Per avere un confronto con le altre attività di carattere internazionale dell’Italia, bisogna ricordare che ogni anno si spende per la missione militare in Iraq il doppio di quanto si  stanzia per le attività di cooperazione portate avanti direttamente dalla Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero Affari Esteri. Attività, queste ultime, i cui costi equivalgono – per fare un altro esempio – a quello della costruzione di tre cacciabombardieri Eurofighter (EFA). Berlusconi aveva promesso al vertice della FAO del 2001 di destinare l’1% del PIL alla cooperazione e lo stesso DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria) 2003-2006 aveva previsto in modo più prudente di raggiungere nel 2006 lo 0,33% del PIL. Siamo invece, per l’appunto, allo 0,15%.
Per alcuni anni il Governo italiano si è fregiato della consistenza degli aiuti forniti alle Nazioni Unite. A parte la propaganda, un certo flusso di aiuti alle Nazioni Unite era dovuto non tanto alla generosità e alla lungimiranza, quanto all’incapacità del Ministero Affari Esteri di impiegare direttamente i fondi della cooperazione: darli alle agenzie internazionali era l’unico modo per non farli finire in residuo. Ora, sotto il peso della finanza pubblica, anche questo velo è caduto. Le Nazioni Unite (e la cooperazione allo sviluppo) non sono una priorità e i fondi si possono tagliare. Meglio spacciare come umanitaria la missione militare in Iraq e distribuire qualche spicciolo solo alle agenzie internazionali in cui ci sono gli amici degli amici: siamo pur sempre in campagna elettorale. Oppure dare un po’ di soldi alla Banca Mondiale, sempre lautamente beneficiata. Per riportare la cooperazione allo sviluppo in vita servono non solo più soldi (anche, certamente, per le Nazioni Unite), ma anche scelte politiche alternative che rompano il cordone ombelicale di questa con la politica estera (e militare) e commerciale (delle imprese): e cioè con le politiche neoliberiste di guerra e di sfruttamento economico. Solo in questo modo la cooperazione allo sviluppo potrà rinascere su diverse basi, quelle della pace e  della solidarietà internazionale.

Giulio Marcon (campagna Sbilanciamoci!)
per Il Manifesto del 21 febbraio 2006

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