Perle e pirati

L’esigenza di un nuovo multilateralismo deriva dalla crisi della cooperazione allo sviluppo che non sa mettere in pratica il suo mandato di riduzione della distanza tra nord e sud, che costantemente aumenta. Una recensione del libro di Luciano Carrino "PERLE E PIRATI Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismo".

PERLE E PIRATI

L’esigenza di un nuovo multilateralismo deriva dalla crisi della cooperazione allo sviluppo che non sa mettere in pratica il suo mandato di riduzione della distanza tra nord e sud, che costantemente aumenta.

recensione di Tommaso Rondinella

Nel testo, Carrino svolge una critica delle forme correnti di aiuto e le contrappone alle esperienze dei programmi-quadro multilaterali di sviluppo umano come alternativa auspicabile. La tesi principale è che la cooperazione, per uscire dalla crisi debba diventare sempre più uno strumento del nuovo multilateralismo, ovvero di un’alleanza strategica tra i governi degli stati, le Nazioni Unite, i governi delle comunità locali e gli attori sociali del nord e del sud.

Per questo è necessario, da un lato, riformare le Nazioni Unite per renderle più democratiche e per dare loro più poteri e strumenti, dall’altro, concentrarsi sullo sviluppo locale quale elemento strategico fondamentale attraverso il quale iniziare il cambiamento. L’idea è che, dal momento in cui la cooperazione non può pretendere di finanziare direttamente il cambiamento, potrebbe, superando la dispersione delle risorse e il progettismo (cioè la tendenza a richiedere o a finanziare progetti autonomi, separati e settoriali con conseguente frammentazione e dispersione delle risorse) puntare alla qualità, divenendo un grande laboratorio internazionale delle politiche e delle pratiche innovative capaci di influenzare più ampiamente i processi di sviluppo.

Nel mondo della cooperazione si contrappongono come estremi, i pirati, coloro che hanno una visione rapace, particolarista, furbesca e aggressiva dello sviluppo, e le perle, le persone che hanno preziose esperienze positive e possibili soluzioni, che hanno orientato i propri interventi verso lo sviluppo umano.

Il libro è diviso in tre parti:

La prima parte è dedicata alla critica della cooperazione allo sviluppo.

L’analisi parte dall’evoluzione storica durante la guerra fredda, caratterizzata dall’immenso squilibrio tra donatori e beneficiari contrattualmente molto deboli, passando per i grandi vertici mondiali in cui la comunità si dotò di una vera e propria piattaforma mondiale di sviluppo per risolverne i problemi e renderlo equo, oltre che per dare alla cooperazione uno slancio verso il multilateralismo.

Si arriva invece alla crisi attuale in cui la cooperazione è caratterizzata da un atteggiamento competitivo e nell’idea di sviluppo si accetta la visione escludente che da per scontato che pochi debbano emergere e molti debbano affondare. La crisi si manifesta con la scarsità di finanziamenti. Dietro le dichiarazioni ufficiali e i titoli accattivanti dei progetti i donatori promuovono quasi sempre i propri interessi economici, politici e culturali. Nei rapporti bilaterali ognuno combatte per i propri interessi e nessuno per l’interesse generale: nasce così il cosiddetto bilateralismo aggressivo

La via d’uscita a questa tendenza sta in una visione pacifica e umanizzata dello sviluppo che dovrebbe essere messa in pratica attraverso il nuovo multilateralismo politico. Si pensa infatti di interrompere il circolo vizioso della gestione violenta dei conflitti, aprendo la strada alla loro gestione collaborativi e riconoscendo il fondamentale ruolo super partes delle istituzioni internazionali e delle forme di legalità concordate nel loro ambito.

La logica sottostante ai diversi canali di finanziamento (bilaterale, multilaterale, progetti promossi, multibilateralismo) ha sempre portato alle stesse conseguenze di competizione tra gli attori e di frammentazione delle iniziative, visto che il canale multilaterale non è mai riuscito a tradurre in pratica il suo mandato di aggregazione e coordinamento.

Carrino individua come inconvenienti più diffusi della cooperazione il centralismo, il verticismo, il settorialismo, l’assistenzialismo, il burocratismo e il progettismo, tutti aspetti che la pratica dei programmi quadro nel nuovo multilateralismo può aiutare ad eliminare.

La seconda parte del testo è dedicata allo sviluppo. In particolare, alla forte contrapposizione tra la teoria, espressa dagli accordi internazionali e dai vertici mondiali (in particolare quello di Copenhagen) e la pratica. Da un lato, infatti, la nuova piattaforma mondiale di sviluppo propone esplicitamente di mettere al centro delle decisioni fondamentali il riferimento all’essere umano. Riconosce che lo sviluppo attuale non è sano e non è abbastanza umano, indicando la necessità di un profondo cambiamento dei modelli correnti giudicati inadeguati e pericolosi e individuando nell’esclusione la causa fondamentale del cattivo sviluppo. Proprio l’esclusione è, secondo Carrino, il meccanismo su cui si basa, nella pratica, il modello di sviluppo. Lo sviluppo è il risultato della competizione generalizzata per il successo individuale e della convinzione di chi influenza lo sviluppo di fare l’interesse comune facendo il proprio. Ne nasce un processo di frammentazione delle decisioni prese dai poteri trasversali (finanziari, industriali, religiosi, informatici, mediatici, militari ecc.) che non sottopongono le loro azioni ai meccanismi della democrazia e non ne rispondono a nessuno, preoccupati solo dei problemi e gli interessi che, in quel momento, ciascun potere considera prioritari. Tali processi continuano a creare esclusione.

La terza parte è dedicata alle esperienze di cooperazione multilaterale in grado di dare un importante contributo allo sviluppo: i programmi-quadro di sviluppo umano.

Questo tipo di programmi nascono con il Prodere, un programma realizzato in sei paesi del centro America e effettuato con carattere interagenziale da diverse agenzie della Nazioni Unite sotto la gestione dell’Unops. Il programma si svolgeva in dieci dipartimenti e, al loro interno, in 141 municipi. In ciascun dipartimento, nei municipi e nei loro villaggi furono creati e funzionarono 1486 gruppi di lavoro o comitati locali partecipati. Ogni comunità locale ricevette un appoggio tecnico e istituzionale dalle strutture centrali del paese. Le Nazioni Unite organizzarono anche un sistema di assistenza tecnica internazionale alle diverse attività e sperimentarono, per la prima volta, la cooperazione decentrata con sette città europee che si collegarono con altrettante comunità locali del Centro America. In questo tipo di programma stanno tutti gli elementi per un nuovo multilateralismo basato sullo sviluppo locale, la partecipazione, l’interagenzialità e la cooperazione decentrata.

In ogni paese il programmaquadro è diretto da un comitato nazionale di coordinamento composto dai rappresentati delle istituzioni di livello nazionale e delle comunità locali oltre che delle organizzazioni internazionali coinvolte, dei donatori e delle comunità locali del nord che hanno stabilito un paternariato con quel paese. Il comitato nazionale coordina le attività dei gruppi di lavoro locali che, costituiti ad entrambi i livelli, nazionale e locale, sono il punto di riferimento del processo partecipato che coinvolge capillarmente tutti gli attori interessati. I gruppi di lavoro non sono una struttura in più organizzata per gli scopi specifici della cooperazione. Sono basati sugli attori che normalmente hanno il compito di programmare e gestire i servizi e le iniziative locali. Il loro compito è di programmare l’uso delle risorse aggiuntive della cooperazione per orientarle verso i piani locali di sviluppo che esistono già o che si mettono in cantiere per l’occasione. Nella definizione dei piani operativi periodici sta l’apporto partecipativo fondamentale. Infatti, la formulazione dettagliata delle attività di cooperazione non spetta agli esperti che redigono abitualmente i progetti, ma deve essere decisa dagli attori sociali pubblici e privati che debbono usare le risorse per risolvere i problemi del posto. I piani d’azione di livello nazionale servono a programmare l’uso delle risorse aggiuntive e riguardano, generalmente, l’assistenza tecnica delle strutture specializzate, la formazione dei quadri e l’organizzazione di scambi ed eventi per la diffusione nazionale dei buoni risultati ottenuti.

Il carattere multilaterale e interagenziale dei programmi-quadro presenta diversi vantaggi. Il sistema ONU permette un ruolo arbitrale nei negoziati e nei processi di concertazione e partecipazione; è il mezzo naturale per internazionalizzare l’esperienza dei singoli paesi e comunità locali del sud e del nord; è convinto promotore della responsabilità sociale delle imprese e può valorizzare l’apporto di quelle che concepiscono la competitività in modo non distruttivo. L’interagenzialità, difficile da mettere in pratica per la ricerca di visibilità e protagonismo delle singole agenzie, è però necessaria perché i programmi siano integrati e non settoriali, ed è una pratica che si sta sviluppando negli ultimi anni.

Rispetto alla cooperazione decentrata, Carrino propone un cambio di strategia contrapponendo alle pratiche basate sull’autonomia quelle basate sulle alleanze. Infatti, le agenzie governative di cooperazione danno volentieri appoggio ai soggetti che propongono progetti promossi. In cambio del rispetto della loro autonomia, però, li tengono fuori dalle strategie nazionali e internazionali sulle questioni fondamentali: pace, sicurezza, governabilità, politiche degli investimenti piani di sviluppo ecc. Sono le stesse rivendicazioni d’autonomia da parte dei soggetti non governativi che rafforzano l’idea dei governi che dare loro finanziamenti e relativa libertà di scelta sia un modo efficace per averne il consenso e tenerli fuori, nel contempo, dal lavoro dei diplomatici e dei politici. Quando, come spesso accade, le ong vedono che le proprie esperienze rimangono marginali oppure che le decisioni dei governi vanno in tutt’altra direzione, non gli resta che scegliere la denuncia politica e le azioni di movimento.

Le strategie basate sulle alleanze, invece, vedono nella cooperazione un laboratorio per unire le forze verso un obbiettivo generale comune. In questo caso i soggetti locali non rinunciano alla loro autonomia e creatività, ma le usano per dialogare sulle questioni strutturali e per rivendicare un ruolo attivo nei momenti significativi della cooperazione.

Molti attori delle comunità locali sono già giunti alla coscienza che la cooperazione decentrata, oltre a permettere di esprimere i buoni sentimenti di solidarietà umana, dovrebbe contribuire a cambiare le relazioni politiche ed economiche che caratterizzano gli squilibri attuali. In alternativa a interventi a pioggia, la comunità locale dovrebbe cercare di entrare nel sistema di cooperazione decentrata in campo multilaterale prendendo contatto con le Nazioni Unite e conoscere in quali paesi esistono già programmi quadro dove inserire il proprio apporto. Se il paese che le interessa non è tra questi, non le resta che allearsi con altre comunità locali che vorrebbero andarci e farsi promotrice del processo politico e negoziale con l’agenzia di cooperazione del proprio governo perché finanzi l’avvio di un nuovo programma quadro.

L’approccio che collega la dimensione locale con quella nazionale e internazionale può far fare un salto di qualità alla cooperazione, cambiando il modo in cui può essere vista. Esso permette di diffondere, infatti, la ricerca esplicita di parternariati animati da interessi comuni, da negoziati equilibrati e dalla ricerca di esperienze innovative

Perle e pirati. Critica della cooperazione allo sviluppo e nuovo multilateralismoAutoreCarrino LucianoPrezzo
¬ 14,80 Dati298 p., brossuraAnno2005 EditoreCentro Studi ErcksonCollanaCapire con il cuore


Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Pin on Pinterest0Share on LinkedIn0Email this to someone

Lascia un commento

Sbilanciamoci.org I contenuti di questo sito sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0
Informativa sull'uso dei cookie
// Powered by Botiq.org