L’instabilità del Patto

L’insieme delle regole sul governo europeo dell’economia è stato definito dall’economista francese Jean Paul Fitoussi "il dittatore benevolo". A partire da questa definizione, un articolo con una riflessione sul Patto di Stabilità e una sua possbile interpretazione alternativa a partire dal "poltico"  . Di Alessandro Santoro e Caludio Jampaglia

L’instabilità del Patto e una via d’uscita "a sinistra"

di Alessandro Santoro e Claudio Jampaglia

L’insieme delle regole sul governo europeo dell’economia è stato definito dall’economista francese Jean Paul Fitoussi "il dittatore benevolo". A partire da questa definizione, un articolo con una riflessione sul Patto di Stabilità e la sua crisi. Di Alessandro Santoro e Caludio Jampaglia

Jean Paul Fitoussi ha definito l’insieme delle regole sul governo europeo dell’economia con un titolo ficcante, "il dittatore benevolo", e può forse sorprendere che un economista utilizzi una terminologia così apertamente politica. Da molto tempo la discussione sulle grandi scelte economiche in Europa si riduce a un elencazione più o meno confusa di parametri numerici e percentuali. In questo modo si determina il più classico dei cortocircuiti, il dibattito viene delegato ai (veri o presunti) esperti e l’attenzione si rivolge altrove.

In tanti ci sforziamo di immaginare una partecipazione ricca e piena di promesse, giocata tutta sul locale (basti pensare ai bilanci partecipativi e alle mille iniziative di politica dal basso), dove le influenze del globale arrivano attutite. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che anche sul globale è necessario agire con tempestività, perché altrimenti la partecipazione rischierà di non trovare spazi, come ben riassunto dalla più classica affermazione dell’amministratore locale di fronte alle richieste dei comitati cittadini: "Non ci sono i soldi". Nel tempo della crisi del Patto di stabilità, a cui poco servono aggiustatine come quelle concordate all’ultimo Consiglio europeo, diventa necessario

ripartire da qui: dalla riappropriazione del significato politico del Patto di stabilità nella sua dimensione globale, cioè europea.

 

La sfiducia nella politica

A sinistra si sente spesso dire che il problema europeo è la prevalenza dell’economia sulla politica. Forse sarebbe meglio dire che il problema è la prevalenza di un certo modo di concepire l’economia. Quel certo modo ha una caratteristica di fondamentale importanza: l’elitarismo. Era un elitista Vilfredo Pareto che ha formulato il concetto di efficienza su cui la teoria economica dominante si basa. Tremendamente elitario è l’insegnamento dell’economia accademica, infarcito di matematica e di linguaggio ultra-tecnico. Ed è a un’elite depositaria di quelle competenze tecniche, che rappresenterebbero l’unica condizione per accedere alla comprensione dell’economia, che il Patto di stabilità affida le chiavi del governo dell’economia.

È quindi una meritoria operazione politico-culturale quella di chi in questi anni ha cercato di squarciare il velo di tecnicismo di cui si ammanta (o si ammantava) il Patto di stabilità. Tra questi spiccano due economisti inglesi, Philip Arestis e Malcom Sawyer, di formazione keynesiana, tra i più importanti esponenti del pensiero radicale europeo che saranno a Milano alla Casa della Cultura il prossimo sabato 16 Aprile per un incontro dal titolo "Oltre il Patto: per una nuova politica economica europea".

Arestis e Sawyer riassumono così la principale convinzione incarnata dal Patto di stabilità: "Non è possibile affidare al processo democratico in generale, e ai politici in particolare, la definizione delle politiche economiche, perché, a benefici di breve periodo (la riduzione della disoccupazione), seguirebbero gravi conseguenze nel lungo periodo (la ripresa dell’inflazione)". È questa sfiducia nel processo democratico, che la teoria economica dominante formalizza in modo alquanto elegante, a far sembrare naturale l’affidamento di enormi poteri a tecnocrazie che non sono sottoposte a nessun tipo di controllo o legittimazione: in primis la Banca Centrale Europea ma anche la stessa Commissione Europea.

Un Patto di pieno impiego e sostenibilità

Arestis e Sawyer indicano la natura fondamentalmente antidemocratica del Patto tra le ragioni di critica agli indirizzi dominanti della politica economica europea. E sarebbe difficile negare che oggi questa natura è pienamente svelata. Il fatto stesso che il Patto non sia stato applicato nei confronti dei paesi più forti (Francia e Germania) ne è la conferma, oltre a rappresentarne la nemesi visto che proprio la Germania (di Khol) aveva fortissimamente voluto quel Patto contro i paesi dai bilanci "bucati".

Tuttavia si deve fare molta attenzione alla via d’uscita dal Patto. Esiste una chiara uscita "da destra", che rischia di comportare il ritorno dei nazionalismi venati di razzismo e di autarchia. Altri, in nome di un generico buon senso europeo e richiamandosi alle più classiche concezioni socialdemocratiche richiedono una reinterpretazione del Patto che stimoli maggiormente la crescita economica. Può bastare quest’ultima re-interpretazione per definire il Nuovo Patto da cercare a sinistra? Probabilmente no.

Qualche tempo fa Fausto Bertinotti scrisse che ciò che il Trattato di Maastricht (di cui il Patto rappresenta il logico completamento) aveva veramente distrutto era la civiltà del lavoro che in Europa, faticosamente, era stata costruita dalle lotte sociali del dopoguerra. Aggiungendo che una prospettiva diversa doveva ripartire dal concetto di pieno impiego. A questo si può aggiungere che un Nuovo Patto da sinistra non può ignorare la questione della sostenibilità ambientale. Ed è proprio qui che la ricerca anticonformista di Arestis e Sawyer va a puntare, nella formulazione di un Patto di Stabilità alternativo che abbia l’obiettivo della crescita economica sostenibile e del pieno impiego.

Un nuovo intervento pubblico

Manca lo spazio necessario per illustrare i dettagli della proposta di Arestis e Sawyer. Ma interessa evidenziarne un aspetto fondamentale: l’idea che il mercato non generi affatto spontaneamente la ricchezza ma che anzi i territori oggi esclusi dai flussi di ricchezza (si pensi non solo al Mezzogiorno italiano o all’Est tedesco, ma anche all’Estremadura spagnola, a molte zone del Portogallo, senza dimenticare i dieci paesi entranti) tendano ad essere sempre più esclusi.

Questo "centripetalismo" della dinamica capitalistica è forse la più forte giustificazione di un nuovo intervento pubblico, che, da un lato, non si propone di incrementare lo sviluppo dove sarebbe insostenibile, ma, dall’altro, lega indissolubilmente crescita economica ed eguaglianza. Una scelta, come si vede, politica prima che tecnica. A cui, peraltro, non mancano affatto le basi tecniche. Si tratta, in sintesi, di ridare significato e credibilità all’espressione politica economica, che certo non può esaurirsi nella costruzione di un’affidabile banca centrale.

 

 

 

 

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