Emergenza maremoto: superficialità e approssimazione

La drammatica vicenda del maremoto nell’oceano indiano segnala ancora una volta il grave deficit delle strutture e dell’intervento della cooperazione pubblica italiana e più in generale del governo – di fronte alle emergenze del nostro pianeta. Il governo italiano si è trovato ad affrontare l’emergenza umanitaria del maremoto con superficialità e approssimazione e senza adeguati strumenti di intervento e di coordinamento.

di Giulio Marcon

La drammatica vicenda del maremoto nell’oceano indiano segnala ancora una volta il grave deficit delle strutture e dell’intervento della cooperazione pubblica italiana e più in generale del governo – di fronte alle emergenze del nostro pianeta.

Dopo avere in questi anni distrutto ancora di più le politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo riducendone le risorse, costringendo alla paralisi la Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri, venendo meno a tutti gli impegni internazionali di lotta alla povertà- il governo italiano si è trovato ad affrontare l’emergenza umanitaria del maremoto con superficialità e approssimazione e senza adeguati strumenti di intervento e di coordinamento. Il settore del’"emergenza" della Cooperazione allo Sviluppo senza risorse e senza personale- è stato costretto in questi anni al pressoché completo disarmo e ci siamo trovati così di fronte al consueto protagonismo della Protezione Civile (che dai tempi del Kosovo del 1999 ha assunto un sempre maggiore profilo internazionale), all’ennesima colletta di soldi dei cittadini per essere usati dalla pubblica amministrazione, alla competizione operativa tra i vari settori delle istituzioni, alla presa d’atto dell’assenza di risorse immediatamente disponibili.

Tutto questo si è verificato nella confusione più generale. Per almeno le prime due settimane di emergenza umanitaria non si è capito quale fosse la vera "cabina di regia" né chi e come avrebbe utilizzato i fondi della colletta popolare degli sms. Sono stati annunciati aiuti immediati apparentemente sostanziosi (70 milioni di euro) che poi si sono dimostrati in gran parte virtuali e a lungo termine (come quelli della "riconversione del debito") o destinati all’Unione Europea. Si è scoperto che dei 70 milioni annunciati, solo 4 erano effettivamente disponibili. Per almeno i primi dieci giorni abbiamo assistito ad uno scontro durissimo tra Ministero degli Esteri (con alleata la Croce Rossa) e la Protezione Civile sulla gestione dei soldi raccolti e il coordinamento degli aiuti. Per settimane non è stato dato un euro alle agenzie delle Nazioni Unite, presenti sul campo e da tempo con i propri operatori. E intanto i soccorsi italiani sono andati a rilento, il coordinamento nella pratica quotidiana inesistente, le risorse trovate delle briciole.

Il drammatico evento del maremoto ha quindi riproposto tutti i temi già conosciuti della crisi dell’azione pubblica di cooperazione e di aiuto umanitario libanizzata sempre di più in questi anni dalla Croce Rossa di Scelli e dalla Protezione Civile e progressivamente commista agli interventi militari (si guardino i casi dell’Iraq e dell’Afganistan) e alla geopolitica estera. In più la resistenza anche quella del governo italiano che si è limitato a prospettare la "riconversione del debito", cioè a una sua rinegoziazione con interventi di sviluppo dei governi interessati- a procedere alla cancellazione del debito dei paesi colpiti dal maremoto ha svelato molte ipocrisie dell’azione umanitaria internazionale che di fronte agli interessi delle banche e delle istituzioni finanziarie internazionali non è capace di imporre una misura di civiltà e di giustizia per le popolazioni di quelle aree.

Altre strade erano e sono possibili, a partire dalla cancellazione del debito: ridare ancora più centralità al coordinamento e all’azione delle Nazioni Unite, riconoscere il diritto di protezione umanitaria per le persone che fuggono dalle aree della catastrofe, garantire l’accesso a tutti nel rispetto dei diritti umani delle popolazioni, colpite in passato da repressioni e violazioni da parte dei loro stessi governi- degli aiuti, introdurre una serie di "tasse globali" (come la tobin tax) per finanziare le politiche di sviluppo e di intervento umanitario, coinvolgere le organizzazioni sociali locali nella gestione degli interventi, disegnare le strategie di ricostruzione e di sviluppo per quelle aree. E per l’Italia, si tratta oggi di rispettare gli impegni presi a livello internazionale per l’allocazione di adeguate risorse alla cooperazione allo sviluppo e di procedere alla radicale riorganizzazione e riforma della cooperazione a partire dalla creazione di una struttura autonoma (Agenzia, Ministero della Cooperazione internazionale, ecc.) dalla politica estera e commerciale e naturalmente- dagli interventi militari. Se ciò fosse stato fatto, tutto ciò avrebbe permesso un profilo diverso dell’azione italiana di fronte a questa drammatica vicenda.

Negli ultimi 20 anni  quelli del neoliberismo e delle politiche di aggiustamento strutturale di Fondo Monetario e Banca Mondiale- le politiche di cooperazione sono state considerate un lusso, un’inutile spreco di risorse, che infatti sono complessivamente diminuite: le aperture dei mercati agli investimenti, le privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica avrebbero portato secondo il neoliberismo delle istituzioni finanziarie internazionali ricchezza e benessere ai paesi poveri. Così non è stato: le diseguaglianze sono cresciute e i poveri sono sempre più numerosi sul pianeta, considerato sempre di più come una merce, una "risorsa economica" da utilizzare e distruggere. La tragedia del 26 dicembre ci dice che un pianeta esposto sempre di più all’incuria, allo sfruttamento privato e al degrado sotto il gioco delle libere forze del mercato non può che amplificare e rendere più drammatici gli effetti già di per sé disastrosi delle calamità naturali. La vicenda del maremoto ci insegna anche questo: che una politica di "cooperazione preventiva" può salvare molte vite umane, rispettare di più la nostra terra e assicurare maggiori condizioni di benessere e sviluppo per tutti.

 

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