Sviluppo locale e spesa pubblica

Sviluppo locale e spesa pubblica sono due tasselli di una politica alternativa a questo modello di sviluppo per la costruzione di un’altra economia fondata sulla sostenibilità, l’equità, la solidarietà. Su questi due punti si fonda l’impostazione della campagna Sbilanciamoci!

SVILUPPO LOCALE, POLITICA FISCALE E SPESA PUBBLICA LE ALTERNATIVE PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

di Giulio Marcon

Sviluppo locale e spesa pubblica sono due tasselli di una politica alternativa a questo modello di sviluppo per la costruzione di un’altra economia fondata sulla sostenibilità, l’equità, la solidarietà. Su questi due punti si fonda l’impostazione della campagna Sbilanciamoci, che si caratterizza per la pubblicazione di due specifici rapporti: il Quars (Qualità Regionale dello Sviluppo) che elabora e propone nuovi indicatori per una diversa qualità dello sviluppo a livello locale e il Rapporto sulla Finanziaria che propone un uso alternativo della spesa pubblica: per i diritti, l’ambiente, la pace.

L’idea di fondo del Quars è che sia possibile misurare la qualità dello sviluppo a livello locale prendendo come riferimento alcuni indicatori fondamentali: la quota di spesa sociale, l’ecosistema urbano, la dimensione di genere, la soddisfazione degli utenti per i servizi sociali e sanitari, il reddito procapite, la scolarità, ecc. Questa valutazione complessiva ci porta ad individuare le linee possibili per uno sviluppo locale diverso che abbia al centro la partecipazione dal basso (come il bilancio partecipativo), la valorizzazione degli attori economici locali, l’integrazione tra ambiti diversi (sociale, economico, ambientale), il rapporto con il territorio. E naturalmente la dimensione dell’economia solidale: commercio equo e solidale, finanza etica, gruppi di acquisto solidale, banche del tempo. L’esperienza più significativa in questo contesto è quella della sperimentazione dei DES (Distretti di Economia Solidale) dove dovrebbero interagire i diversi ambiti ed esperienze dell’altra economia. Lo sviluppo locale fondato sui saperi, le competenze, le caratteristiche del territorio- può essere una valida alternativa ad una globalizzazione neoliberista che da una parte deterritorializza e delocalizza la produzione e dall’altra mette il "locale" al lavoro, sfruttandolo intensivamente, espropriandolo delle sue specificità, piegandolo alle logiche dell’economia mondiale. Si tratta di costruire o di dare più forza ad un nuovo paradigma quello dello sviluppo locale sostenibile e umano- di un’altra economia fondata su attori e processi reali della produzione, dello scambio, del consumo collettivo.

In questo contesto acquista un particolare rilievo l’uso della spesa pubblica. Questa può essere un motore indispensabile di politiche di sviluppo di qualità e sostenibile, strumento di coesione sociale e di partecipazione democratico, mezzo di promozione del welfare e dell’allargamento dei diritti civili e sociali. Ciò è particolarmente vero a livello locale, dove la spesa di comuni, province e regioni può avere effetti particolarmente significativi nell’orientare forme di sviluppo partecipato, radicato territorialmente, incentivando attori e competenze locali, puntando sulla valorizzazione delle peculiarità -economiche, geografiche, culturali, ecc.- del territorio. La spesa pubblica non è una zavorra, ma una opportunità; si tratta di risorse economiche messe a frutto per creare le condizioni di uno sviluppo equilibrato e sostenibile, costruendo un’autonomia del territorio e arginando la penetrazione di un’economia finanziarizzata che cannibalizza la dimensione locale. Tema dirimente della possibilità di un uso diverso della spesa pubblica è la politica fiscale, con la quale si recuperano risorse per garantire politiche di sviluppo, il welfare, la coesione sociale e la redistribuzione del reddito.

Proprio nel Rapporto di Sbilanciamoci sulla Finanziaria del 2005 (vedi: www.sbilanciamoci.org), la questione fiscale assume una posizione centrale. Tema ostico e indigesto anche per i movimenti sociali e le organizzazioni della società civile- a causa della complessità di meccanismi e calcoli, la questione fiscale è in realtà centrale per un’economia di giustizia. Infatti, usare bene le imposte e le tasse, significa promuovere diritti e welfare, solidarietà e giustizia, una capacità adeguata degli enti locali di promuovere sviluppo e partecipazione. Su un altro versante però, nel dibattito politico di questi anni, il tema della leva fiscale è stato strumentalizzato in modo ideologico e populista, al fine di perseguire l’obiettivo della riduzione indiscriminata dell’imposizione fiscale, identificata come un "male in sé", una gabella "estorta" dallo Stato "inefficiente e sprecone.

E’ un’impostazione politico-culturale, questa, che va denunciata, contraria allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione che ricorda come la contribuzione fiscale sia un dovere di solidarietà e come questa debba essere ispirata a principi di progressività e di eguaglianza. Se le tasse non sono un "male in sè", la riduzione della leva fiscale non è un "bene in se". Chi dice "meno tasse", deve avere il coraggio di dire "meno servizi". Meno servizi, significa meno diritti e solidarietà. Chi propugna la riduzione fiscale indiscriminata ha in mente il mercato: i servizi sociali, la sanità la scuola non più come diritti ma come merci che si acquistano, nuovo business e ricchi profitti. Al contrario di chi attacca le tasse e che ha in mente solamente i privilegi dei più ricchi e l’egoismo sociale- il principio della contribuzione fiscale è un principio di civiltà, di coesione comunitaria e di solidarietà. La leva fiscale è non solo uno strumento necessario per far fronte ai fabbisogni fondamentali delle nostre istituzioni sempre di più a livello locale per ciò che riguarda i servizi sociali e sanitari- per il loro funzionamento e per i servizi rivolti ai cittadini, ma un modo efficace per rafforzare la coesione sociale, lo sviluppo, la ridistribuzione del reddito a favore delle classi economicamente più disagiate. Non è solamente questione di lotta all’evasione fiscale, ma dell’ampliamento della base fiscale spostando il prelievo dal lavoro alla rendita, dalle persone fisiche alle speculazioni, dai redditi più bassi a quelli più alti, dalle produzioni sociali a quelle ecologicamente nocive e socialmente dannose. Senza risorse e dunque senza un adeguato prelievo fiscale- non può esserci un Welfare che funziona ed adeguato alle esigenze dei cittadini, non possono darsi politiche di sostegno allo sviluppo e di aiuto alle regioni più povere, non possono essere messi nelle condizioni di operare i comuni e più in generale gli enti locali e le regioni- nell’offerta dei servizi essenziali alla comunità e al territorio.

Sono quattro le direzioni verso cui bisognerebbe muoversi per un rinnovato uso dello strumento fiscale che può avere un effetto positivo anche a livello locale.

Il primo è quello del principio di progressività previsto dalla nostra Costituzione, avviando il processo di revisione del trattamento fiscale delle persone fisiche, che tenga conto non più solamente del reddito dichiarato, ma anche di altri indicatori di ricchezza. Ricordiamo in questo contesto che in Olanda dal 2001 è in vigore l’imposta patrimoniale. Il secondo, è la lotta all’evasione fiscale tra le imprese, adeguando la relativa imposizione fiscale e finalizzando eventuali sgravi agli investimenti in ricerca, sviluppo, formazione. Il terzo è l’accentuazione della pressione fiscale sulle rendite finanziarie, colpendo le speculazioni finanziarie su base europea. Il quarto è l’introduzione più decisa delle "tasse di scopo" che colpiscano produzioni e consumi privati dannosi per l’ambiente, la società, le persone, che possano orientare virtuosamente lo sviluppo ed i consumi verso una migliore qualità della vita. Tra queste "tasse di scopo" c’è chi auspica una tassazione aggiuntiva sulla produzione e la commercializzazione di qualsiasi sistema d’arma. Ovviamente, il presupposto di quest’azione sulle direttrici appena elencate acquista più forza se si crea un clima di fiducia verso la contribuzione fiscale. Questo può essere dato da una parte con una fortissima ed efficace lotta all’evasione fiscale (che significa anche allargamento della base fiscale, indipendentemente dall’accentuazione della pressione) che in questi ultimi anni è ripresa a crescere. Dall’altra, ciò implica rinnovare gli sforzi per migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione e dei servizi di welfare, cui i cittadini contribuiscono in questo caso più volentieri- con le proprie tasse.

In questo contesto le proposte relativamente al fisco della campagna Sbilanciamoci, per una finanziaria di solidarietà e di pace sono molto specifiche. Contrariamente a quanto auspica il governo, per l’Irpef viene proposto l’aumento (per le più alte fasce di reddito) della aliquota più alta dal 45 al 48,5% (come succede in altri paesi europei) e di quella del 39% fino al 41%; operazione che permetterebbe di raccogliere risorse per 3 miliardi di euro. Una seconda proposta riguarda ‘introduzione per l’Irpeg di una imposta minima sulle società di capitali per che toccherebbe le oltre 200.000 imprese che, pur essendo operative e presenti sul mercato, puntualmente non pagano né Irpeg, né Irap. Il ricavo di questa misura sarebbe di 2,5 miliardi di euro. Terza proposta: la reintroduzione della tassa di successione, che porterebbe introiti per 1 miliardo e 38 milioni di euro. Quarto: l’introduzione di una tassa (sul modello della tobin tax) sulle transazioni speculative in cambi (aliquota 0,05%) su base europea. Questa misura porterebbe nelle casse dello Stato 1 miliardo e 231 milioni di euro. Quinto: l’unificazione delle due aliquote esistenti (12,5 e 27%) del prelievo sulle rendite finanziarie al livello della prima aliquota Irpef del 23%. E poi ci sono le tasse di scopo come la reintroduzione della carbon tax, l’introduzione di una tassa del 4% sull’esportazione dei sistemi d’arma (stima entrate: 50 milioni di euro); l”introduzione sul modello francese di una tassa (5%) sui diritti televisivi legati allo sport spettacolo e (1%) sui servizi di pubblicità per imprese oltre una certa soglia di fatturato (stime entrate: 109 milioni di euro); l”aggravio del 10% sull’aliquota del tabacco (stima entrate: 770 milioni di euro); ecc. ecc.

Il complesso di questa operazione di riforma fiscale può raggiungere diversi scopi: a) recuperare preziose risorse (specificare) da destinare alle politiche di sviluppo, di coesione sociale, di welfare (sempre di più municipale e comunitario) di solidarietà internazionale e per le politiche di pace; b) rafforzare le funzioni di equità sociale e di ridistribuzione del reddito che la leva fiscale deve avere; c) orientare in modo positivo e virtuoso i consumi e la qualità dello sviluppo. Soprattutto a livello locale, dove l’uso della leva fiscale può essere finalizzato ad un maggiore protagonismo politico e della società civile nella determinazione delle scelte e degli orientamenti per lo sviluppo. Non solo nello scegliere come spendere i soldi, ma come insieme decidere sul come trovarli in una cornice di dovere di solidarietà collettivo. L’obiettivo, in questo senso, è quello di una riconversione ecologica e di pace dell’economia, puntando su un modello di sviluppo nuovo, con al centro i diritti, la giustizia sociale ed internazionale, nuovi comportamenti e stili di vita: sfide che non sono solo declamate, ma rivendicate come possibili, anche con le proposte che la campagna Sbilanciamoci mette in campo in occasione della discussione delle leggi finanziarie.

 

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