Embargo alla Cina? L’Italia l’ha già tolto

La scelta dell’Italia di spingere per togliere l’embargo sull’export di armi verso la Cina non cade inaspettata: quest’anno il gigante asiatico è, contro la legge, il terzo acquirente di armi italiane. E negli ultimi anni il nostro export è aumentato costantemente.

Quest’anno il gigante asiatico è, contro la legge, il terzo acquirente di armi italiane. Negli ultimi anni il nostro export è aumentato costantemente

di Martino Mazzonis

Tratto da Liberazione dell’ 8 dicembre 2004

La scelta dell’Italia di spingere per togliere l’embargo sull’export di armi verso la Cina non cade inaspettata. L’export di armi è un elemento portante della nostra economia, un buono strumento di politica estera ed uno dei pochi ambiti nei quali le imprese italiane lavorano con tecnologie avanzate. Naturalmente questo discorso vale in particolar modo per i sistemi d’arma. L’Italia è anche un grande produttore di armi leggere – tutte costruite a Brescia -, ma questa è, in parte, un’altra storia. Negli ultimi cinque anni, i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi hanno fatto di tutto per promuovere il nostro comparto militare-industriale.

Fu il diessino sottosegretario alla Difesa Marco Minniti a trattare con altri paesi europei per la stipula del trattato di Farborough, che ha imposto dei cambiamenti peggiorativi alla legge 186/90 approvati dalla maggioranza attualmente in carica.

Dalla firma del trattato, avvenuta nella città nella quale si svolge la più grande fiera britannica degli armamenti, l’export italiano è andato molto bene. Nel 2002 fu un +6.6% (487 milioni di Euro), mentre nel 2003, l’ultimo anno di cui abbiamo i numeri, c’è stato un vero boom, quasi il 30% di aumento. I milioni incassati lo scorso anno sono 629,6 e per i prossimi anni si crescerà ancora. Tra i primi sei Paesi a cui vendiamo tecnologia militare ci sono democrazie limpide quali la Malesia, la Cina, l’Arabia Saudita, il Pakistan. Tra i primi 30 compaiono quasi tutti gli altri emirati della penisola araba, l’Egitto, la Turchia, la Nigeria. Ora, per quanto resa meno efficace dalla revisione dello scorso anno, la legge 186/90 vieta le esportazioni a Paesi dove si violano i diritti umani o verso cui ci sia un embargo europeo o Onu in atto. La Cina è tra questi Paesi, lo ha spiegato il presidente Ciampi dicendo che l’Italia si adopererà per superare quell’embargo. La legge, infatti, prevede che ciascun contratto firmato da imprese italiane venga autorizzato dallo Stato italiano. Difficile capire come mai siano state concesse queste autorizzazioni. Proprio su questo, Elettra Deiana che rappresenta il Prc alla commissione difesa della Camera ha presentato un’interpellanza chiedendo chiarimenti sulla questione. Del resto le violazioni sono molte altre: vendiamo a India e Pakistan, a prescindere dalla crisi del Kashmir o dalla situazione afgana, oppure la Malesia, dove le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

Con ogni probabilità quest’anno andrà ancora meglio, visto che le autorizzazioni del 2003 toccano il valore di un miliardo 282 milioni. Non tutte riguarderanno il 2004, ma resta il fatto che anche questo è un record. Attenzione, l’industria bellica italiana non si nutre solo di esportazioni, le commesse pubbliche sono un filone di entrate niente male, specie per Finmeccanica.

Ma andiamo con ordine. Le imprese che esportano di più nel 2003 sono la Galileo, l’Alenia Areonautica, la Oto Melara, la Witehead Alenia sistemi subacquei, la Microtecnica, la Alenia Marconi Systems, la Agusta, la Oerlikon Contraves, la Simmel Difesa, la Marconi Selenia Communications.

Il gruppo Alenia è di proprietà di Finmeccanica, 9° produttore del mondo e secondo gruppo industriale italiano, controllato dallo Stato che da qualche anno a questa parte denuncia fatturati in costante crescita. Nel terzo quarto di quest’anno, ad esempio i milioni di attivo sono stati 40. Finmeccanica, come molte altre grandi imprese italiane produttrici di armi ha fatto accordi di ricerca ed acquisizioni con pezzi importanti dell’industria bellica europea: ha comprato il 50% AgustaWestland – così da detenerne l’intero pacchetto – ed è alleata con la britannica Bae systems per quanto riguarda la ricerca elettronica e con Alcatel per i sistemi spaziali. Di nuovo il trattato di Farborough e l’idea, ripetuta molte volte da Javier Solana – che per anni è stato segretario generale della Nato -, che se l’Europa vuole avere una politica estera, prima si deve dotare di un comparto industriale militare competitivo con quello degli Stati Uniti. Altri accodi di Alenia-Finmeccanica sono con le statunitensi Lockheed Martin – primo gruppo mondiale – e Bell, le britanniche Westland e Bae e altre ancora. In alcuni accordi per la produzione di elicotteri negli affari entra anche l’Agusta.

Tra gli affari cruciali degli ultimi decenni c’è quello dell’Eurofighter, il cacciabombardiere europeo al quale hanno lavorato, oltre all’Italia, anche Germania, Gran Bretagna, Spagna. Come per molti altri affari milionari, sono è la spesa pubblica a rendere possibile la costruzione di sistemi d’arma. Gli Stati non solo acquistano i veivoli, ma contribuiscono in maniera consistente a finanziare la realizzazione del progetto. Dal 1986, anno in cui è nato il progetto Eurofighter alla fine del 2001 lo Stato ha speso cinque miliardi di euro. A oggi gli aerei consegnati sono solo 3. Adesso si tratta di spendere ancora per comprarne altri e e la spesa prevista è di un miliardo. Presto dovrebbero arrivare nuove commesse per cifre che si aggirano attorno ai 20 miliardi.

L’intreccio tra settore pubblico e crescita del settore industriale bellico è reso ancor più vistoso da altri particolari. Il ministro della Difesa Martino si dà un gran daffare per sostenere la nostra industria. Ad esempio le pressioni sugli Stati Uniti perché coinvolga di più le imprese italiane nel progetto Jsf (Joint strike fighter). Oppure la nomina dell’ex consigliere diplomatico di Silvio Berlusconi e capo ufficio stampa di De Michelis, Giovanni Castellaneta, a vicepresidente di Finmeccanica. Oppure la presenza dell’ex capo di stato maggiore della marina, Marcello De Donno alla guida dell’Agusta e quella del suo predecessore, ammiraglio Guarnieri alla guida di Orizzonte sistemi navali – ce ne sarebbero altri. Viene da pensare ad Halliburton.

Quello del mercato delle armi è uno degli ambiti sui quali i movimenti pacifisti hanno costruito più osservatori e attività di documentazione. La massima autorità mondiale dell’attività di ricerca sul militare è il Sipri di Stoccolma (www.sipri.org). In Italia funzionano ed hanno funzionato molte campagne, a partire da quella che si è battuta contro la riforma della legge 185/90. Poi c’è la campagna banche armate (www.banchearmate.it) che chiede che gli istituti di credito non finanzino le imprese che costruiscono armi – ottenendo spesso risultati importanti. Da anni, l’osservatorio sul commercio di armi della Cgil Toscana produce un rapporto annuale. Nell’ultimo anno si è costituita una Rete italiana per il disarmo alla quale aderiscono tra gli altri l’Arci, la Fiom e la Fim, Attac, Ics, Emergency, Rete Lilliput (www.disarmo.org)

 

Disarmo

Le reti che lavorano contro il commercio di armi

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